Quattro consiglieri abbandonano il sindaco e passano all’opposizione. I rapporti di forza si ribaltano: 17 contro 15. Bandecchi prende atto della crisi e apre alla possibilità di nuove elezioni. Sullo sfondo lo scontro sulla rete del gas e sulle scelte dell’amministrazione.
La maggioranza di Stefano Bandecchi si è spezzata. Quattro consiglieri voltano le spalle al sindaco, l’opposizione conquista la superiorità numerica e a Palazzo Spada si apre una crisi politica che rimette in discussione la prosecuzione della consiliatura.
Non si tratta più di semplici malumori o tensioni interne. Il passaggio all’opposizione di Marina Severoni, Andrea Sterlini, Andrea Colasanti e Federica Mengaroni cambia gli equilibri del Consiglio comunale. La coalizione che aveva conquistato il Comune nel 2023 non esiste più nella sua configurazione originaria.
E Bandecchi non nasconde la portata dello strappo. «Ad oggi la maggioranza che ha vinto le elezioni non esiste più», dichiara il primo cittadino, secondo le parole riportate nella dichiarazione all’origine della notizia.I numeri raccontano la dimensione della crisi: 17 consiglieri all’opposizione e 15 nell’area che continua a sostenere l’amministrazione, secondo la ricostruzione del sindaco.
Una situazione che non comporta automaticamente la caduta della giunta, ma che cambia radicalmente le condizioni per governare. Ogni provvedimento politicamente significativo potrebbe trasformarsi in una verifica della tenuta dell’amministrazione. L’approvazione di bilanci, delibere e atti strategici potrebbe richiedere convergenze esterne alla maggioranza originaria.
Bandecchi, però, prende le distanze dall’idea di ricomporre il quadro attraverso accordi politici di convenienza. «Nel mio dna non c’è una grande volontà all’inciucio», afferma nella dichiarazione riportata, aprendo una riflessione sull’eventualità di nuove elezioni comunali. La questione politica è evidente: può proseguire un’amministrazione che non dispone più della maggioranza uscita dalle urne?

Lo strappo è arrivato sabato 17 ottobre, quando Severoni, Sterlini, Colasanti e Mengaroni hanno ufficializzato il passaggio all’opposizione, revocando la fiducia politica al sindaco e alla giunta. Un annuncio che ha fatto seguito alla presa di distanza dello stesso Bandecchi, il quale aveva chiesto ai consiglieri di non utilizzare più il suo nome nella denominazione del gruppo Con Bandecchi per Terni.
La formazione era nata il 18 agosto 2026, dopo l’uscita dei quattro da Alternativa Popolare. Allora l’obiettivo dichiarato era rilanciare l’azione amministrativa, restando fedeli al programma elettorale e sostenendo il primo cittadino. Due mesi più tardi, quello stesso gruppo prende una strada opposta. I consiglieri motivano la scelta con divergenze politiche e amministrative, contestando il mancato rispetto di una parte degli impegni assunti nei confronti degli elettori e del gruppo consiliare.

La rete del gas e le privatizzazioni: i dossier dietro la frattura La crisi non nasce soltanto da uno scontro personale. Tra le questioni che hanno alimentato le tensioni figurano la vendita della rete comunale del gas, alcune scelte urbanistiche e il rapporto tra giunta e Consiglio sulle principali decisioni amministrative. Proprio il dossier della rete del gas ha assunto un peso rilevante nelle ultime settimane, diventando uno dei terreni di confronto tra Bandecchi e i consiglieri dissidenti.
Sul tavolo ci sono decisioni che riguardano il patrimonio pubblico e l’organizzazione futura dei servizi cittadini.

La divisione investe quindi anche il programma amministrativo: non soltanto chi debba sostenere il sindaco, ma quali scelte politiche debbano caratterizzare la parte finale del mandato. Il nuovo scenario consegna alle opposizioni un peso diverso da quello avuto nella prima parte della consiliatura. Ma avere 17 consiglieri collocati all’opposizione non significa automaticamente disporre di uno schieramento politico omogeneo, pronto a sostenere una proposta alternativa.
Le diverse forze consiliari dovranno confrontarsi sia sui provvedimenti dell’amministrazione sia sull’eventuale apertura di una crisi istituzionale.
La legge distingue infatti la perdita della maggioranza politica dalla caduta del sindaco. Una mozione di sfiducia, per essere approvata, richiederebbe la maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio, pari a 17 voti dei consiglieri comunali. Un’altra possibilità è quella delle dimissioni del primo cittadino, efficaci dopo venti giorni se non ritirate.

Il ritorno alle urne resta dunque uno scenario possibile, ma non ancora un passaggio deciso. La rottura politica arriva mentre sul tavolo dell’amministrazione restano questioni rilevanti: opere pubbliche, infrastrutture, manutenzioni, investimenti e gestione dei servizi.
I cittadini attendono risposte concrete, mentre i gruppi consiliari sono chiamati a chiarire se esistano ancora le condizioni per garantire continuità amministrativa.
Bandecchi ha riconosciuto che la maggioranza originaria non esiste più. I quattro consiglieri hanno formalizzato la propria collocazione all’opposizione. Il quadro politico è cambiato. Ora il confronto si sposta dai comunicati ai voti in Consiglio comunale. È lì che si misurerà la possibilità di proseguire il mandato o la necessità di aprire una nuova fase istituzionale. Per Terni la domanda rimane sul tavolo: Bandecchi troverà una nuova maggioranza oppure la crisi porterà davvero alle elezioni anticipate?
La risposta, per il momento, non è scritta. Ma il Consiglio comunale che aveva accompagnato l’inizio dell’esperienza Bandecchi non è più quello di oggi.


























