Home Opinioni Il destino dei nonni è raccontare favole ai nipoti nati da poco

Il destino dei nonni è raccontare favole ai nipoti nati da poco

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Tratte dalla fantasia, dai libri d’avventura, dalle leggende popolari

di Adriano Marinensi

O nonna, o nonna! deh com’era bella, quand’ero bimbo! ditela ancor, a quest’uomo saggio la novella di lei che cerca il suo perduto amor! (Davanti S. Guido – Carducci). Si, oggi andiamo sul sentimentale. E’ il destino dei nonni quello di contar favole ai nipoti nati da poco. La notte di Natale soprattutto. Perché, la fiaba ha un suo valore umano e culturale. Spesso contiene una morale che sa di insegnamento. L’avo mio alcune me ne narrò – nel dialetto ternano – tratte dalla consuetudine di paese. Nella fattispecie di tale bonario discorrere, il paese di Papigno.

E’ il borgo al quale ho dato altrove il titolo di maggiordomo della Valnerina, per lo stare ritto, quasi sulla porta della valle più attraente dell’Umbria. Sono dolci e ameni i declivi in Valnerina e il fiume li irrora col suo alito umido e fertilizzante, facendo verdi i boschi e lussureggiante il paesaggio, spesso arricchito di storici retaggi: le abbazie, i romitori, le pievi, qua e là qualche castello e l’arte, religiosa e laica. Dunque, mio nonno e il favellare delle vicende strane, costruite dalla tradizione popolare che, nelle comunità di atavica stirpe, diventavano quasi ritratti di vita vissuta.

Pare sia sorta d’antico e tramandata una disputa ruspante tra gli abitanti di Papigno e di Miranda, perennemente antagonisti. Questi ultimi sono i colligiani che dimorano arroccati sul monte che guarda dall’alto, ma senza altezzosità, la conca ternana. Miranda sovrasta pure Papigno e di questa predominanza ambientale ha fatto sempre soffrire i compaesani miei.

Era accaduto, anzi accadeva sempre, che, nelle giornate d’autunno, il sole tramontasse presto dietro le cime, così da privare, al crepuscolo, Papigno della luce e del calore. Un fatto naturale? Macché. I papignesi lo considerarono dileggio ad opera dei rivali. Costoro – secondo l’accusa – avevano ammannito, con enorme impiego di acqua e farina, una focaccia gigante, ponendola a fare da schermo davanti al sole. Occorreva toglierla di mezzo. Venne tagliato un grosso albero di fico, svuotato all’interno e riempito di polvere da sparo, per costruire un cannone. A detta del nonno: lu cannone de ficora. Gli misero in bocca una pietra a fare da palla devastatrice. Molti li intorno per “vedere l’effetto che fa”. Quindi, pronti, mirare, fuoco! Buuum, l’arma andò in mille pezzi e fece diverse vittime tra gli “artiglieri”. Per cui la soddisfatta conclusione fu: Se a Papigno tale è stata l’efficacia distruttiva della cannonata, a Miranda saranno tutti morti.

Un papignese transitava sulla sommità della salita che porta da Terni a Marmore, il balcone della Cascata (in vernacolo, la Madonna de la sgurgola). Vide una capretta che se ne stava brucando tranquilla appena oltre il bordo della strada. La riconobbe e disse ad alta voce: E’ la crapa de Picone. Questo Picone aveva un’aia piena di animali di diversa specie. La capretta, di sicuro, era sfuggita al suo controllo. L’uomo se la mise a cavalluccio sulle spalle, le zampe davanti a sinistra e le altre a destra. Fece un breve tratto di cammino e s’accorse che la bestiola pesava sempre di più. Si volse e vide ch’era cresciuta a dismisura. Lo sgomento fu tale che la rovesciò giù dentro il burrone, declinante a valle. Riferì, con enfasi, in piazza, (tradotto in italiano): “Rotolando tra le rocce, ha emesso una caterva di scintille (in verità, sgalugghie). Non era la capra, era il demonio, con sembianze di capra”. I timorati di Dio credettero al prodigio e lo tramandarono ai posteri.

Gli orti di Papigno, posti in pendio tra la sponda sinistra del Nera e, su, su, sino al poggio, erano assai fertili e fornivano frutta e verdura in abbondanza. Quell’anno di chissà quale secolo, uno sciame di locuste (le voraci cavallette) aggredì le coltivazioni. Rilevanti le conseguenze per il raccolto. Gli insetti non avevano però fatto i conti con i papignesi, cacciatori incalliti. Infatti, costoro, in gran numero, presero armi e munizioni e pum, pum, pum, si misero a fare d’ogni botta, una tacchia. Milioni di cavallette morte e toccò snidarle ovunque, ad ogni costo. Una, grossa quasi quanto un pulcino, si posò, strafottente, sul petto di un agguerrito uccellatore. L’amico di fronte gli intimò: Fermo! E sparò all’animale fulminandolo. Il bilancio, che gli parve in pareggio, fu: “Un di noi e un di loro”.

A perpendicolo, sopra Papigno, sta la rocchetta. Si tratta oggi dei ruderi della rocca d’avvistamento e di difesa – che presidiava i due versanti, ternano e reatino – fatta costruire dal Cardinale Egidio di Albornoz. Lo aveva inviato Papa Innocenzo VI, in Italia, per rimettere ordine nello Stato della Chiesa. Umbria compresa. Approfittando della Cattività avignonese, che teneva i Pontefici lontani dalla Santa Sede romana, i signorotti gradassi s’erano messi a fare gli affari propri. Necessario quindi ricondurli all’ordine. Ci pensò il Cardinalguerriero, usando spesso le maniere forti. E le fortificazioni, come appunto la rocchetta. La fantasia del borgo sostenne, per molto tempo, che, nascosta nel maniero ormai abbandonato, ci fosse una biocca co’ li purgini d’oro (chioccia, cioè e numerosi pulcini, tutti di nobile matallo). Un tesoro di enorme valore che i papignesi, cercarono alacremente invano. Peccato, perché, a parere degli improvvisati esploratori, il ritrovamento avrebbe cambiato la vita della piccola comunità, da così a così.

Da sempre, brava gente gli abitanti di Papigno. Però mancavano del giusto equilibrio nell’agire. Poco assennati e meno moderati. Insomma, a sentire mio nonno, je mancava lu giudizziu (il raziocinio). La decisione conseguente fu inviare a Roma una delegazione per farselo dare dal Papa. Andarono, sopra un carro agricolo, i delegati, lontano, lontano, fino al Vaticano. Il Papa dette loro lu giudizziu dentro una scatola di legno con il monito di aprirla soltanto tornati a casa. Ma la curiosità prevalse lungo la via e il coperchio venne tratto. Dalla scatola saltò fuori un topolino che, ratto com’era, andò a nascondersi in mezzo ad una enorme catasta di legna da ardere. Cerca, cerca, fu come trovare l’ago nel pagliaio: il sorcio rimase inquattato nel nascondiglio. E’ per tale inconveniente, ormai da epoca remota, ai papignesi je manca lu giudizziu.

Mi faceva un po’ timore la narrazione dei banditi a Valle Fave, una località sulla strada per Rieti dalla parte di Piedimoggio. Era in quel punto che uscivano dal bosco armati e, a quelli che passavano col carretto e il cavallo, intimavano: “Faccia a terra”! Che significava mettere la testa davanti ad una ruota. Quindi o fuori tutti i quattrini oppure “Arrillà” (al cavallo) e la testa se ne va.

Altre storielle, come fossero di vita vera, mi furono favellate dall’avo mio, ma lo spazio è finito e quindi le scriverò alla prossima occasione. Un po’ per celia e un po’ per rievocare le cronache dal basso, ancora oggi presenti nella memoria delle avventure paesane. Di quel grumolo di case dove nacquetti, per dirla con Totò.