A quarant’anni dall’incontro voluto da Giovanni Paolo II, il dialogo interreligioso torna a interrogare coscienze e istituzioni.
La domanda che attraversa Assisi, quarant’anni dopo lo storico incontro convocato da Giovanni Paolo II, riguarda il presente: quale contributo possono offrire le religioni a un mondo che continua ad affidare alle armi la soluzione dei conflitti? L’incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio dal 25 al 27 ottobre, riporta questa responsabilità al centro del confronto tra comunità di fede, istituzioni e società civile.
Il valore dell’appuntamento si misura nella disponibilità a riconoscere il dolore altrui, anche quando appartiene a un popolo lontano o a una comunità diversa dalla propria. È su questo terreno che il dialogo può acquistare una forza pubblica: impedire che le appartenenze diventino confini invalicabili e che la sofferenza venga giudicata in base all’identità di chi la subisce.

All’assemblea inaugurale, ospitata il 25 ottobre a Umbriafiere, a Bastia Umbra, hanno partecipato esponenti di diverse tradizioni, tra cui il gran rabbino di Francia Haïm Korsia, Nasaruddin Umar, ministro per gli Affari religiosi e imam della Grande Moschea di Jakarta, e Gijun Sugitani, rappresentante del Tendai Zasu del buddismo giapponese. Una pluralità che rende visibile la possibilità di collaborare mantenendo ciascuno la propria identità.
La vicinanza tra rappresentanti religiosi assume un significato particolare quando le differenze vengono utilizzate per alimentare contrapposizioni. Incontrarsi significa sottrarre spazio alla rappresentazione dell’altro come minaccia. Ma la credibilità di questo gesto dipende anche dalla capacità di portarlo nelle comunità, nell’educazione e nel linguaggio quotidiano.
La liturgia presieduta dal cardinale Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, ha posto al centro le persone più vulnerabili. Il riferimento alla Repubblica Democratica del Congo, al Sudan, all’Ucraina e alla Terra Santa ha collegato la preghiera alle conseguenze della guerra: famiglie spezzate, sradicamento, povertà e perdita della propria casa. «Ascoltiamo il grido delle vedove e degli orfani, dei profughi e dei poveri, perché Dio lo ascolta», ha esortato il cardinale.
Ascoltare le vittime comporta un cambiamento di prospettiva. Una guerra osservata attraverso gli equilibri strategici può apparire una sequenza di avanzate, ritirate e trattative. Vista dalla parte di chi la subisce, diventa l’interruzione della scuola, l’impossibilità di curarsi, la ricerca di un familiare, l’incertezza sul ritorno. Riportare queste esperienze nel discorso pubblico significa chiedere che la protezione delle persone orienti le decisioni.

Il richiamo di Ambongo a San Francesco e alla missione di riparare una casa in rovina offre una chiave per leggere l’incontro: prendersi cura di un’umanità ferita richiede pazienza, relazioni e continuità. La pace comincia anche dalla ricostruzione della fiducia, senza la quale gli accordi rischiano di restare fragili.
In questa prospettiva, l’espressione “pace disarmata e disarmante” pone una questione esigente. Una presenza disarmata rinuncia alla sopraffazione; diventa disarmante quando riesce a interrompere la logica della vendetta e a rendere nuovamente possibile il confronto. Il dialogo, tuttavia, deve accompagnarsi al riconoscimento delle responsabilità, alla tutela dei diritti e alla giustizia. Altrimenti la riconciliazione rischia di essere chiesta soprattutto a chi ha già pagato il prezzo più alto.

La responsabilità delle istituzioni è emersa nel saluto della presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti. Il suo intervento ha intrecciato la dimensione pubblica con un ricordo personale: nel 1986 era tra i bambini che, vestiti di bianco, formarono una colomba sul prato davanti alla Basilica di San Francesco. Quarant’anni dopo, quella memoria accompagna l’invito a offrire alle nuove generazioni una prospettiva di futuro.
Proietti ha richiamato l’articolo 4 dello Statuto regionale, che riconosce la pace come diritto fondamentale della persona e dei popoli, e ha ricordato l’istituzione nel 2024 dell’assessorato alla Pace. Ha inoltre indicato nell’indifferenza un pericolo capace di rendere abituali persino le immagini delle stragi.
È qui che l’impegno proclamato incontra la verifica più concreta. Per un’amministrazione, promuovere la pace dovrebbe tradursi in programmi riconoscibili: educazione alla convivenza, contrasto alle discriminazioni, accoglienza, cooperazione e sostegno alle persone colpite dalla violenza. Sono ambiti nei quali cittadini e istituzioni possono valutare la distanza tra gli obiettivi dichiarati e i risultati.
L’assuefazione alla guerra, del resto, cresce quando il dolore diventa un flusso indistinto di immagini. Contrastarla richiede anche un’informazione capace di dare contesto e continuità alle storie, senza abbandonare i conflitti quando perdono visibilità. L’attenzione pubblica è una risorsa: può sostenere la solidarietà e chiedere conto delle scelte politiche.
Il programma dell’incontro comprende 24 forum dedicati, tra gli altri temi, a pace, disarmo, migrazioni, democrazia e crisi ambientale. La conclusione è prevista il 27 ottobre nella Piazza Inferiore di San Francesco. Questa ampiezza suggerisce che la costruzione della pace coinvolga condizioni sociali, opportunità e diritti, oltre alla cessazione delle ostilità.
Assisi non dispone degli strumenti dei governi, ma può contribuire a creare le condizioni umane del negoziato: conoscenza reciproca, fiducia, disponibilità all’ascolto. Il suo messaggio sarà tanto più incisivo quanto più saprà raggiungere le comunità dopo la conclusione dell’incontro.
La colomba composta dai bambini nel 1986 conserva allora una forza particolare. Per prendere forma aveva bisogno che ciascuno partecipasse al movimento degli altri. Oggi quell’immagine consegna una domanda agli adulti e alle istituzioni: quali scelte siamo disposti a compiere perché i bambini possano immaginare il proprio futuro senza considerare la guerra un destino?


























