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Appalti post-sisma e infiltrazioni mafiose, 51 indagati e sequestri per 57 milioni

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La DDA di Ancona ricostruisce un presunto sistema di frodi nella ricostruzione privata nelle Marche, con appalti per circa 200 milioni di euro. Società intestate a prestanome e collegamenti con ‘ndrangheta e clan dei Casalesi. Perquisizioni anche a Terni.

Appalti per circa 200 milioni di euro, imprese intestate a prestanome e subappalti che avrebbero consentito a soggetti collegati alla criminalità organizzata di entrare nei cantieri della ricostruzione dopo il terremoto del 2016. È il sistema illecito ipotizzato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona nell’ambito dell’operazione “Ricostruzione”, condotta dalla Guardia di Finanza e sviluppata attraverso diversi filoni investigativi.

L’inchiesta coinvolge 51 persone e 17 società e ha portato all’emissione di otto misure cautelari di custodia in carcere, cinque interrogatori preventivi e provvedimenti di sequestro per oltre 57 milioni di euro. Le attività investigative hanno interessato tredici province italiane, compresa quella di Terni.

I particolari diffusi dalla Procura dopo la conferenza stampa del 22 ottobre delineano un meccanismo attraverso il quale ingenti risorse pubbliche destinate alla ricostruzione privata nelle Marche sarebbero state utilizzate anche da imprese che, per ragioni giudiziarie o amministrative, non avrebbero potuto accedere regolarmente ai lavori.

L’imprenditore che avrebbe aperto i cantieri alle imprese vicine ai clan

Al centro del presunto sistema fraudolento figura un imprenditore marchigiano, indicato con le iniziali E.C., che avrebbe assunto un ruolo dominante nel mercato della ricostruzione privata, acquisendo numerosi appalti pur non disponendo di una forza lavoro adeguata alla loro esecuzione.

Secondo gli investigatori, l’imprenditore avrebbe fatto ricorso in modo sistematico al subappalto, affidando parte delle lavorazioni a società riconducibili a soggetti gravati da condizioni ostative o contigui alla criminalità organizzata.

La Procura lo definisce un «imprenditore-cerniera», capace di mettere in relazione l’economia formalmente legale con operatori economici collegati ad ambienti mafiosi.

Il meccanismo avrebbe consentito alle imprese subappaltatrici di ottenere commesse e accedere indirettamente alle risorse pubbliche, aggirando le verifiche previste dalla normativa antimafia.

Dalla ‘ndrangheta ai Casalesi: i collegamenti ricostruiti dagli investigatori

Le indagini hanno individuato rapporti con ambienti della criminalità organizzata calabrese e campana.

Un imprenditore identificato dalle iniziali V.C., stabilitosi a Sassoferrato alla fine degli anni Novanta, avrebbe intrattenuto nel tempo relazioni con le famiglie di ‘ndrangheta Avignone, di Taurianova e Cittanova, e Crea, di Rizziconi, nel Reggino.

Le società a lui riconducibili sarebbero state impiegate nei subappalti della ricostruzione e in un sistema di fatturazioni false per circa 8 milioni di euro. Parte del denaro, restituito in contanti dopo il pagamento delle fatture, sarebbe stata trasferita a due esponenti delle cosche calabresi.

Sul versante campano, invece, gli investigatori hanno ricostruito l’ingresso nei cantieri marchigiani di imprese riconducibili a soggetti ritenuti contigui al clan dei Casalesi, in particolare alla fazione del boss Michele Zagaria.

Secondo la Procura, questi operatori economici avrebbero trasferito i propri interessi imprenditoriali dalla Toscana alle Marche, utilizzando società formalmente intestate a prestanome per superare gli ostacoli all’accesso agli appalti e ai subappalti della ricostruzione.

Per alcune delle condotte contestate, il giudice per le indagini preliminari ha riconosciuto l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.

Società intestate a prestanome per aggirare i controlli antimafia

Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta riguarda il presunto utilizzo di società formalmente regolari, ma di fatto gestite da persone che non avrebbero potuto partecipare ai lavori finanziati con contributi pubblici.

Attraverso intestazioni fittizie e il passaggio delle attività tra imprese diverse, gli indagati avrebbero aggirato le disposizioni previste per l’iscrizione all’Anagrafe Antimafia degli esecutori, necessaria per operare nei cantieri della ricostruzione.

Il GIP ha ritenuto configurabile il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, contestato in relazione all’accesso fraudolento ai finanziamenti e ai subappalti.

L’ipotesi accusatoria riguarda sei società operanti nel cratere sismico anche per il reato di trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa.

Il meccanismo delle anticipazioni: 57 milioni di presunti profitti

Il sistema avrebbe sfruttato anche il cosiddetto SAL 0, l’anticipazione del 20% del valore dell’appalto riconosciuta all’avvio dei lavori di ricostruzione privata.

Secondo la ricostruzione della Procura, l’imprenditore principale avrebbe incassato queste somme attraverso la propria società, per poi redistribuire una parte significativa degli interventi a imprese subappaltatrici riconducibili ai soggetti coinvolti nell’indagine.

Il profitto contestato alla società appaltatrice è stato quantificato in circa 39 milioni di euro, mentre quello attribuito alle imprese subappaltatrici ammonta a circa 18 milioni.

Per la presunta truffa aggravata il GIP ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di 56.802.639,57 euro, privilegiando il vincolo sui crediti maturati nei confronti dello Stato nell’ambito della ricostruzione privata.

I circa 200 milioni indicati dalla Procura rappresentano invece il valore degli appalti coinvolti nel presunto sistema illecito, non l’importo del profitto contestato.

L’altro filone: corruzione negli appalti della sanità e delle università

L’inchiesta ha fatto emergere anche un presunto sistema corruttivo negli appalti pubblici della Regione Marche, dell’ERDIS Marche e dell’Università di Camerino.

Secondo gli investigatori, un gruppo di imprenditori e intermediari avrebbe sfruttato rapporti con funzionari e dirigenti pubblici per orientare procedure amministrative, gare e finanziamenti.

Un ruolo centrale viene attribuito a un ex dirigente apicale della Regione Marche, identificato con le iniziali F.P., che avrebbe ricevuto 105mila euro tra denaro contante e lavori di ristrutturazione edilizia.

Le procedure interessate dalle indagini hanno un valore superiore a 150 milioni di euro e riguardano, tra l’altro, residenze universitarie, servizi energetici per strutture ospedaliere e autorizzazioni nel settore sanitario.

Tra gli episodi contestati figura anche l’acquisto di un ex monastero danneggiato dal terremoto, destinato a diventare uno studentato universitario. Secondo la Procura, l’operazione sarebbe stata accompagnata da accordi corruttivi e dall’affidamento dei lavori a imprese coinvolte anche nel filone della ricostruzione privata.

Alcune delle procedure esaminate non si sono perfezionate, mentre per le vicende riguardanti gli appalti dell’Università di Camerino il GIP di Ancona si è dichiarato territorialmente incompetente.

Operazione in tredici province, accertamenti anche a Terni

L’attività della Guardia di Finanza ha coinvolto circa 230 militari, impegnati in oltre 50 perquisizioni e acquisizioni documentali nelle province di Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, Fermo, Roma, Caserta, Napoli, Reggio Calabria, Modena, Terni, Chieti, Treviso e Piacenza.

Anche la provincia di Terni figura dunque tra i territori interessati dall’operazione. La Procura, tuttavia, non ha fornito indicazioni su eventuali imprese o persone umbre coinvolte, né ha precisato la natura degli accertamenti svolti nel territorio ternano.

Le presunte frodi sui finanziamenti della ricostruzione privata descritte dagli inquirenti riguardano cantieri situati nelle Marche.

Otto misure cautelari e sequestri per oltre 57 milioni

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ancona ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di otto persone, mentre per altre cinque si è riservato di decidere dopo gli interrogatori preventivi.

Oltre al sequestro relativo alla presunta truffa sui contributi della ricostruzione, sono stati disposti sequestri per 257.200 euro nell’ambito del filone sulla corruzione.

Tre società sono state inoltre sottoposte a sequestro impeditivo: due ritenute utilizzate per operazioni di fatturazione collegate alle presunte condotte corruttive e una per il subappalto illecito di manodopera.

L’indagine è stata condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Ancona, sotto la direzione della DDA e con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

I provvedimenti sono stati emessi nella fase delle indagini preliminari e sono soggetti a impugnazione. La responsabilità penale degli indagati potrà essere definitivamente accertata soltanto con un’eventuale sentenza irrevocabile di condanna.