Il fenomeno Neet: la piaga sociale che coinvolge milioni di giovani

Conad in occasione della sua presenza istituzionale ad Umbria Jazz ha affrontato il problema dei giovani che non studiano né lavorano

di Leo Cubia – NEET ovvero Not in Education Employment or Training è uno dei drammi sociali del nostro secolo ed è anche il termine con cui sociologi ed esperti danno interpretazioni diverse considerando poveri e fannulloni giovani non impegnati in attività di istruzione, di lavoro o di formazione, con una elevata assenza dai processi di istruzione, formazione: interessa la fascia di età tra i 16 e i 35 anni.

Il fenomeno NEET è inquadrato nella prospettiva teorica dell’esclusione sociale e riguarda alcuni fattori sociali fondamentali: l’istruzione ed il lavoro, il nucleo della famiglia, lo spazio di vita dei Neet assieme al contesto della qualità delle zone in cui vivono e delle loro abitazioni.

In Italia una larga fetta di popolazione non ha un’occupazione e non la cerca, non studia e non si prepara al lavoro: sono questi i giovani NEET tra i 16 e i 24 anni che hanno smesso di interessarsi al futuro. Negli stati dell’Ue sono circa 13 milioni, il 14% di coloro che hanno tra 15 e 29 anni, ma in Italia se ne contano in proporzione molti di più: circa 2,2 milioni di individui, pari al 24,3%.

Un fenomeno in aggiunta ai dati della disoccupazione giovanile, risalita a maggio 2017 al tasso del 37%, che fotografa un Paese che oggi paga il conto di scelte politiche orientate a consolidare le posizioni dei più anziani invece di porre basi solide per i più giovani.

I ricercatori pensano che la crescita del fattore di insoddisfazione e di negligenza sociale dei giovani sia dovuto all’incapacità del sistema educativo, e all’incapacità delle Università di avvicinare i giovani al mondo del lavoro. In Europa i NEET sono aumentati dal 10,9% del 2007 al 12,4% del 2014. Dal 16,2% al 26% in Italia. Un primato, quello italiano, classificato «very high rate». La media Ue è del 15%. Solo la Grecia fa peggio, ferma al 28%, mentre la Germania è all’8% e la Francia al 13%.

Questo fenomeno sociale è stato dibattuto il 15 Luglio presso la sala Podiani a Perugia durante l’evento “Quanto costa sprecare una generazione” organizzata da Conad nell’ambito della manifestazione Umbria Jazz 2017 di cui è sponsor.

Conad è impegnata a 360° verso il mondo giovanile attraverso progetti a sostegno della formazione al suo interno attraverso i tutoring e i master per allievi imprenditori, con attività mirate a stimolare la nascita di una nuova classe di imprenditori favorendo il ricambio generazionale.

Gad Lerner con i suoi ospiti

Gad Lerner con i suoi ospiti

L’evento svoltosi a Perugia ha visto la presenza di personaggi eccellenti come ad esempio: Antonio Ferrara, noto illustratore e scrittore per ragazzi; Matteo Lancini, psicoterapeuta esperto di dipendenza da internet e ritiro sociale dei giovani; Walter Nanni, sociologo e responsabile Ufficio Studi Caritas Italiana; Francesco Pugliese, amministratore delegato Conad moderati da Gad Lerner.

Durante il dibattito è stato spiegato che secondo i dati Eurofound, i Neet costano all’Italia circa il 2% del Pil, pari a circa 36 miliardi di euro all’anno: il dato più alto a livello europeo. A questo si aggiungono i costi legati alla perdita di potenziale produttivo che sono incalcolabili. Francesco Pugliese, amministratore delegato Conad in un suo intervento ha affermato «Accanto alla moltitudine di disinteressati ci sono però tanti ragazzi che hanno voglia di scommettere su se stessi. A loro il Paese deve dare risposte in termini di formazione, opportunità, facilità di fare business. Un tema che deve tornare con urgenza al centro dell’agenda politica, e di cui devono farsi carico anche i privati».

Una recente ricerca di We World, organizzazione non governativa italiana di cooperazione allo sviluppo, ha analizzato il fenomeno su scala nazionale, incrociando i dati con un sondaggio Ipsos attraverso interviste in sette città, da Palermo a Pordenone.

Dallo studio è emerso che Neet si allarga a dismisura, con un incremento di almeno un punto percentuale all’anno. E il suo costo sull’economia e sulla crescita del Paese arriva fino al 6,8% del Pil, calcolato come effetto sul reddito.

Nella sfera del fenomeno fanno parte i ragazzi che non studiano e non lavorano o che hanno abbandonato, interrotto, cambiato indirizzo o fermi alla scuola media; questi ultimi vengono definiti “early school leavers”.

L’obiettivo europeo si proponeva di ridurre il numero al 10%. Ma in Italia rappresentano il 15% (17,7% maschi; 12,2% femmine), mentre Germania, Francia e Regno Unito registrano quote più basse. Se poi si considerano le quote regionali, l’obiettivo è molto lontano in Sardegna, Sicilia e Campania, dove oltre il 20% dei ragazzi è fermo alla licenza media e non frequenta alcun corso di riqualificazione professionale.

Altri dati presi dal Miur confermano il dramma dei numeri sulle mancate reiscrizioni nelle scuole che indicano una perdita del 30% di studenti che hanno abbandonato gli studi o sono inseriti in corsi che non danno accesso all’istruzione terziaria pur avendo rispettato l’obbligo formativo.

Il fenomeno non deve essere visto soltanto dal fattore della formazione e dell’educazione scolastica, ma vi sono altri fattori come ad esempio: la condizione economica e sociale d’origine, la situazione familiare e personale (disoccupazione di uno dei genitori, separazione, malattia), il contesto economico nazionale.

Nei vari interventi, moderati da Gad Lerner, è emerso il profilo di una popolazione sotterranea, che non si affaccia neppure sui social network. Gli adulti non hanno funzionato da punti di riferimento, accompagnatori, life coach, e non sono capaci di orientare i propri figli nelle scelte. Le famiglie non capiscono il mondo della scuola, perché sono iperprotettive e ne inibiscono l’iniziativa ed in questo modo i ragazzi si buttano nello sport o nel volontariato o addirittura in situazioni di assoluto stallo psicologico.

Un sondaggio nazionale realizzato da Ipsos, che definiva i Neet «fannulloni, chiusi e poco speranzosi», è stato commentato dalle pagine del Corriere della Sera come dicotomia indicata dai ricercatori e come “tra chi ce la fa e chi no”.

C’è chi ha alle spalle una famiglia che sostiene e ispira e chi si sente schiacciato da un futuro che vede sempre più nero.

Gad Lerner ha invitato a lanciare un messaggio di fiducia ai suoi ospiti che hanno dato un parere comune affermando che si può iniettare fiducia in questa generazione attraverso azioni di prevenzione e contrasto della dispersione scolastica.

Gad Lerner a conclusione del dibattito ha citato dati più aggiornati sul fenomeno paragonato ad altri paesi che ci inducono ad una maggiore riflessione ed ha detto “mi risultano alcune nude cifre dell’Inps: in Italia soltanto il 10% dei giovani che lavorano sono portati a fare della formazione contro i Paesi del nord Europa la cui formazione è al 68%. In Italia i giovani che frequentano le scuole superiori o le università ed ottengono bestseller di studio sono il 2,4 % mentre nei paesi scandinavi sono più del 60%. Nella spesa pubblica italiana, le risorse destinate a politiche sociale rivolte agli anziani hanno un rapporto di dodici ad uno, rispetto alle risorse investite sui giovani”.

Dall’interessante dibattito è emerso un fattore comune che “la connessione tra lavoro e scuola è spesso deludente perché soltanto una bassa percentuale di giovani che hanno studiato e sono in possesso di un titolo di studio vengono poi effettivamente impiegati in posizioni per quali hanno studiato; la causa è dovuta soprattutto alla crisi e alla difficoltà di creare posti di specializzazione la cui colpa è da attribuire anche alla politica”. La conclusione del convegno è stata affidata a Francesco Pugliese, Amministratore delegato del gruppo Conad che ha parlato dei valori Conad e del suo impegno nella Formazione.

Pugliese ha spiegato: “Dalla discussione mi sembra di aver capito che in Italia abbiamo più scolarizzati che in altre parti del mondo. In Italia, ha confermato, abbiamo il 23% dei giovani che hanno una laurea dai 30 ai 34 anni, mentre la media europea è oltre il 38%, quindi abbiamo molti meno laureati che da altre parti”. Ha aggiunto “In Italia abbiamo il fenomeno delle lauree brevi che non sono servite allo scopo effettivo, mentre da altre parti hanno prodotto buoni risultati”. Ha poi aggiunto “Il nostro è un paese che tra laureati, diplomati e licenziati con la terza media dal 2008 al 2014 ha costretto ad andare all’estero italiani scolarizzati per un totale di investimento di 23 miliardi di euro. Questa è una grande cifra ovvero il doppio di quanto occorre per stendere la rete internet in Italia o del costo dell’intera rete ferroviaria italiana; e tutto questo è esattamente l’investimento che avremmo dovuto fare sul futuro dei nostri giovani, ed invece lo stiamo regalando ad altri e magari ci preoccupiamo di sapere perché rispetto a quello che diamo all’Europa ci ritorna di meno”.

L’AD Conad ha commentato: “Ma guardate che noi questi euro li consideriamo il regalo di compleanno a paesi quali Olanda, Germania, piuttosto che alla stessa Inghilterra che tra poco uscirà dalla UE”.

Francesco Pugliese ha continuato “A questo punto la domanda è cosa cerchiamo di fare nel Nostro Paese per i giovani,da una parte come impresa, poi come imprenditori e poi come persone . Dobbiamo cominciare a prendere posizioni. Noi ad esempio siamo una cooperativa e la nostra maggiore risorsa non sono i capitali ma gli imprenditori e siamo nel mercato italiano da oltre 50 anni. Il nostro obiettivo è quello di costruire un sistema che continui a far crescere e a creare nuovi imprenditori”.

Pugliese ha spiegato “Il 14 luglio abbiamo concluso il master sui giovani imprenditori della nostra Coperativa, in tutto una quarantina, ma fra questi studenti non c’erano solo i figli dei nostri imprenditori, ma anche figli di dipendenti individuati dallo stesso nostro associato come potenziali nuovi imprenditori, sui quali noi investiamo in formazione e poi li aiutiamo anche finanziariamente, magari cominciando a far avere loro il negozio con la formula meno gravosa del fitto di azienda per poi riscattarselo.

Questo perché, pur essendo noi cooperativa, non chiediamo il prestito ai soci, ma al contrario utilizziamo i fondi e le risorse della cooperativa per finanziare questa crescita imprenditoriale .Se ci fermassimo qui sarebbe poco: una delle iniziative che stiamo portando avanti è quella di guardare con attenzione a tutti gli aspetti che toccano i giovani, come ad esempio il settore dell’editoria per bambini: in questo caso il nostro gruppo da 5 anni porta avanti un’operazione con le scuole italiane toccando 10 mila classi in tutta Italia; in questi luoghi lanciamo un concorso invitando gli alunni a scrivere su alcuni argomenti che stabiliamo insieme: il progetto si chiama “Insieme per la scuola”. I lavori dei ragazzi vengono selezionati da scrittori importanti che operano nel mondo dei bambini e dei ragazzi e successivamente selezioniamo i lavori migliori e li facciamo diventare, attraverso di un professionista, un documento finale tradotto in un libro.

Lo scorso anno ne abbiamo pubblicati otto che sono stati venduti in 2.800.000 copie. Nella scrittura per ragazzi, se facciamo la media di 2 milioni e ottocento mila copie divise in otto libri, risultano numeri importanti che possono essere fatti soltanto da casi di straordinario successo come quello di Harry Potter in Italia nello spazio temporale di tre mesi. La nostra operazione nelle scuole ha l’opportunità di coinvolgere tutta la comunità in cui noi operiamo che non è niente altro che la città nelle quali viviamo. Di fatto noi siamo una Cooperativa di imprenditori e prima di qualsiasi altra cosa di cittadini e dunque ci teniamo perché siamo commercianti e il commercio funziona meglio se la realtà in cui operiamo è sana, viva ed economicamente a posto e per questa ragione siamo i primi a preoccuparci quando nelle nostre città c’è qualcosa che non funziona. Conad, ad esempio, e tra le prime aziende ad accorrere a sostegno della Caritas mettendo lo stesso impegno anche nell’ambito dei giovani.