Home Perugia Rigopiano, giustizia dopo 8 anni: una sentenza che segna un confine netto

Rigopiano, giustizia dopo 8 anni: una sentenza che segna un confine netto

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Il giudizio finale dell’appello bis diventa monito nazionale: l’inerzia della pubblica amministrazione non è più un alibi

Otto lunghi anni sono stati necessari per arrivare a un giudizio che oggi assume il valore di un punto fermo nella tragedia di Rigopiano. Un tempo che pesa come un macigno sulle famiglie delle vittime e che racconta, da solo, la complessità di una vicenda giudiziaria passata attraverso tre gradi di giudizio e il vaglio della Corte di Cassazione, fino all’appello bis davanti alla Corte d’Appello di Perugia.Non è soltanto una sentenza. È un segnale. È la definizione di un principio.

Nel corso del procedimento, il procuratore generale Paolo Barlucchi aveva delineato un quadro di responsabilità chiedendo condanne per diversi dirigenti e tecnici coinvolti a vario titolo nella gestione dell’emergenza e nelle competenze amministrative. Tra le richieste, tre anni e dieci mesi per cinque dirigenti regionali abruzzesi precedentemente assolti nei primi due gradi; la conferma delle condanne per l’ex sindaco di Farindola e per altri tecnici già ritenuti responsabili; pene differenziate per funzionari provinciali e comunali; il proscioglimento per un ex dirigente regionale già assolto.

Ma al di là delle singole posizioni processuali, il cuore della decisione sta nel messaggio che ne deriva. «L’inettitudine della pubblica amministrazione può uccidere», ha dichiarato l’avvocato delle famiglie delle vittime, Romolo Reboa. Parole forti, che sintetizzano il senso di un pronunciamento destinato a incidere non solo sulle responsabilità individuali, ma sul concetto stesso di dovere pubblico.

La Corte d’Appello di Perugia, uniformandosi alle indicazioni della Cassazione, ha di fatto tracciato un confine chiaro: l’inerzia, la sottovalutazione, il mancato esercizio delle proprie funzioni non sono zone grigie in cui rifugiarsi. Il ruolo pubblico comporta responsabilità concrete, e la legge non ammette che l’assenza di iniziativa possa trasformarsi in scudo.

Dopo 8 anni dalla tragedia del 18 gennaio 2017, la giustizia arriva con il peso del tempo trascorso, ma anche con la forza di un principio che va oltre il caso specifico. Non restituisce le vite spezzate, non cancella il dolore, ma afferma che le istituzioni non sono entità astratte: sono fatte di persone chiamate a decidere, a intervenire, a prevenire.

Ora si apre un altro piano, quello civile e politico. Le famiglie chiedono risarcimenti immediati e un’assunzione di responsabilità anche sul piano amministrativo. È un passaggio che interroga la Regione Abruzzo ma, più in generale, tutte le amministrazioni pubbliche del Paese.

Perché Rigopiano non è solo una tragedia del passato. È un monito permanente: la funzione pubblica non è un titolo, è un obbligo. E quando quell’obbligo viene disatteso, le conseguenze possono essere irreversibili.