Fra i graffiti di Docchia, in compagnia delle sue splendide sculture

L’arte sincera e vera che sfida il tempo, di Alessandro Angeli

Al cospetto dei quadri di Alessandro Angeli, in arte Docchia, ci si sente osservati, ci si ritrova all’improvviso immersi in un mondo fantastico, fuori dallo spazio e dal tempo, dove tracce di vita, segni minimali, immagini essenziali e sintetiche, direttamente catapultate dai meandri della mente del suo creatore, ammiccano e fanno bella mostra di sé su una superficie media e piana.
Ecco allora che Docchia lo si potrebbe anche definire un ricercatore di attimi indelebili, e dunque capace come pochi di saper cogliere e riportare nell’attualità del gesto e del momento, quegli elementi essenziali che riescono a fermare nella loro staticità e unidimensionalità un equilibrio e un movimento perpetuo.
Non a caso in ogni suo dipinto si legge, tra linee e macchie di colore, una trama comune, sintesi perfetta dell’eterna sfida fra l’alternarsi di luce e ombre.

Le opere di Docchia sono per questo dei capolavori esemplari, grazie proprio a questa sua abilità di riportarci alla unicità e alla sacralità di quel “prodotto” umano che per “esistere” ha bisogno di interfacciarsi con il suo interlocutore, senza per questo dover far ricorso alla tridimensionalità dello spazio e all’unicità del tempo, corruttibili e mutanti proprio perché appartenenti al modello di percezione cartesiana del mondo, nella quale si riteneva a torto che le immagini debbano essere necessariamente una riproduzione fedele della realtà.
Con Docchia si ritorna in un lampo ai primordi, a quell’arte rupestre del Paleolitico dove la genialità umana è storicizzata in quanto si anima, si modifica e muta in funzione di chi la guarda, facendo leva sulla capacità creativa dell’osservatore, che diventa così coprotagonista, capace di costruire insieme all’artista modelli mentali innovativi e stupefacenti.

Le opere di Docchia ci inducono a ricordare che ciò che percepiamo è frutto di una interattività biunivoca tra “Noumeno e Fenomeno”, come intuì Kant, riferendosi al fatto che il cervello, diversamente da un sistema fotografico, elabora cognitivamente la rappresentazione del mondo che introietta come proiezione significativa e soggettiva della realtà esterna.

Docchia ci rammenta che ciò che conta è l’essenza, è l’anima delle cose, e non altro.

Una “scuola”, un modo di rappresentare la vita, che annovera fra i suoi allievi gente come Wassily Kandinsky, Paul Klee, Paul Gauguin, Paul Cézanne, Pablo Picasso; primi della classe a manifestare l’esigenza di esprimere l’energia emotiva superando definitivamente la dimensione prospettica in una modalità espressionista della pittura.
I graffiti di Docchia, molto semplici ad una prima occhiata, sono caratterizzati da uno stile immediato, ispirato dal disegno istintivo, incontaminato e atavico.

Le sue figure sintetiche e dinamiche sono definite da una linea di contorno, riempite di colori puri e saturi, stesi in modo piatto e accompagnate da brevi segni più forti e scuri che suggeriscono l’idea del movimento o dell’emissione del suono; tutte tese a dare contemporanea evidenza alla evocazione della forza espressiva di una realtà interiorizzata, la quale attiva direttamente energia emotiva.

Al di là della prospettiva che coglie un solo punto di vista come una foto ritrae solo un momento quale immagine del fotogramma, l’espressionismo di Docchia, così come il cubismo pittorico, propone al suo osservatore attento di esprimere artisticamente sensazioni percepite da più punti di vista.

E tutto questo diventa una sana provocazione, soprattutto in un mondo globale di percezioni virtuali, prodotte nei media dalla combinazione di onde di energia che tendono a modificare il senso del reale, illudendoci di poter interagire senza muoversi pur attivando per via telematica il movimento meccanico a distanza con un semplice click, generando un universo parallelo a quello reale, considerato tale in quanto tradizionalmente oggettivo, facente cioè riferimento consolidato alla materia anziché alla energia ed alla informazione da noi percepita ed elaborata cerebralmente.
Da qui la necessità di esprimere l’energia esprimibile da sensazioni artistiche più profonde e dinamiche.

Tale necessità interiore conduce Docchia ad esprimersi in uno stile intuitivo di una rinnovata composizione pittorica basata su proprietà non più rappresentative delle percezione visiva di tipo prospettico, ma anche a dare forma vera, tridimensionale, alle sue creature fantastiche.
Con questo spirito nascono le sue splendide sculture.
“Figure” e “presenze” reali, che possono essere toccate, accarezzate, che sembrano a tal punto “vive” che con la loro presenza al fianco non ti senti mai solo.

Francesco Castellini