Home Economia “Una regione piccola può diventare un laboratorio dell’intelligenza artificiale?” l’Umbria può giocare...

“Una regione piccola può diventare un laboratorio dell’intelligenza artificiale?” l’Umbria può giocare la sua partita: imprese digitali, ricerca e una sfida da non perdere

0
Immagine IA

L’IA è già utilizzata dal 15,3% delle imprese umbre, mentre data analytics e cloud superano la media italiana.

L’Umbria parte davvero in ritardo nella corsa all’intelligenza artificiale? I numeri raccontano una realtà più interessante di quanto possa apparire. La regione non è oggi uno dei grandi poli tecnologici italiani e resta ancora debole sul fronte dei brevetti. Eppure, quando si guarda a quello che accade dentro le imprese, emerge un territorio che sta assorbendo rapidamente le nuove tecnologie e che, proprio per le sue dimensioni e per la struttura del suo sistema produttivo, potrebbe avere nell’intelligenza artificiale una delle occasioni più importanti dei prossimi anni.

Nel 2025 il 15,3% delle imprese umbre con almeno dieci addetti utilizzava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale. La media italiana era del 16,4%, quella del Centro del 15,2%.

La distanza dall’Italia è dunque appena superiore a un punto percentuale. Nel Centro, inoltre, l’Umbria si colloca dietro soltanto al Lazio, al 17,7%, e precede Toscana, al 14,7%, e Marche, al 10,2%. Non è ancora un primato. Ma è un dato che cambia la prospettiva: l’IA in Umbria non è più soltanto un tema da convegni o laboratori universitari. Sta entrando concretamente nel sistema produttivo.

Umbria forte nell’analisi dei dati e nel cloud

Ancora più significativo è quello che accade osservando le tecnologie che costituiscono la base per una diffusione più ampia dell’intelligenza artificiale.Nel data analytics, cioè nell’utilizzo e nell’analisi strutturata dei dati da parte delle aziende, l’Umbria raggiunge il 46%, contro una media italiana del 42,7%. È il valore più elevato nel confronto con Toscana, Marche e Lazio.

Anche nell’utilizzo di servizi cloud di livello intermedio o sofisticato la regione arriva al 70,3%, superando il 68,1% nazionale.Sono due indicatori tutt’altro che secondari.L’intelligenza artificiale, infatti, non cresce nel vuoto. Ha bisogno di dati, infrastrutture digitali, capacità di calcolo e imprese in grado di integrare nuovi strumenti nei processi produttivi. Da questo punto di vista l’Umbria dispone già di una base sulla quale costruire.

Una impresa su cinque sperimenta l’IA

Una seconda fotografia arriva dalla Banca d’Italia.

immagine creata con IA con dati di ricerca

Tra le imprese umbre con almeno 20 addetti, una su cinque dichiara un utilizzo anche sperimentale dell’intelligenza artificiale predittiva e generativa. Nello stesso gruppo, oltre un terzo delle imprese ha effettuato nel 2025 investimenti nelle tecnologie avanzate di Transizione 4.0 e il 15% ha beneficiato dei crediti d’imposta previsti da Transizione 5.0. I campioni statistici sono differenti e i valori non possono essere sovrapposti direttamente. Ma la direzione appare chiara: una quota crescente del tessuto produttivo regionale sta provando a capire come usare concretamente l’IA.Per una regione caratterizzata da moltissime piccole e medie imprese, è forse qui che si apre la partita più interessante.

L’intelligenza artificiale può infatti ridurre alcuni svantaggi storici legati alla dimensione aziendale: automatizzare attività ripetitive, velocizzare l’analisi dei dati, migliorare marketing e vendite, supportare progettazione e produzione, ottimizzare consumi e logistica, offrire nuovi strumenti anche ad aziende che non dispongono di grandi strutture interne.

Il punto debole: trasformare tecnologia in brevetti

Se l’adozione delle tecnologie mostra segnali incoraggianti, il quadro cambia quando si passa alla produzione di innovazione proprietaria.Tra il 2019 e il 2024 i brevetti umbri rapportati alla popolazione sono rimasti inferiori alla metà della media italiana.Anche la composizione dei brevetti mostra una distanza rilevante nei settori più direttamente collegati alla trasformazione digitale.L’Umbria registra una presenza relativamente maggiore nell’ingegneria civile, in alcuni beni di consumo e nel farmaceutico, mentre risultano molto pochi i brevetti nelle tecnologie della comunicazione digitale e dell’informatica.

È qui che si trova probabilmente il vero nodo strategico.

L’Umbria sta imparando a utilizzare la tecnologia più rapidamente di quanto riesca a produrla.

E questa non è necessariamente una debolezza definitiva. Può diventare, al contrario, il punto dal quale costruire la prossima fase. La questione non è soltanto avere più aziende che usano ChatGPT, algoritmi predittivi o software intelligenti. La sfida è fare in modo che università, imprese, startup e centri di ricerca riescano a sviluppare applicazioni, prodotti e soluzioni proprietarie nate in Umbria.

Ricerca e impresa: il potenziale ancora da liberare

Anche il rapporto tra ricerca e brevetti segnala margini di crescita molto ampi. Nelle imprese umbre si contano 142 brevetti ogni mille ricercatori, contro 222 in Italia. Nelle università e negli enti pubblici di ricerca il valore è di 4,3 brevetti ogni mille ricercatori, contro circa 9,6 a livello nazionale. Questo dato può essere letto come un ritardo. Ma racconta anche qualcosa di diverso: esiste uno spazio considerevole per migliorare il trasferimento tecnologico, cioè il passaggio dalla conoscenza scientifica alle applicazioni industriali.

La regione dispone di università, competenze scientifiche, imprese manifatturiere, aziende del farmaceutico, della meccanica, dell’agroalimentare, dei servizi e un tessuto di PMI che potrebbe diventare un vero laboratorio di applicazione dell’intelligenza artificiale. La domanda è se questi mondi riusciranno a incontrarsi con maggiore continuità.

Quasi mille progetti di innovazione in sette anni

Negli ultimi anni risorse pubbliche importanti sono già state messe in campo.Tra il 2018 e il 2025 in Umbria sono stati finanziati 968 progetti di ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione per complessivi 93 milioni di euro.

Quasi l’80% dei progetti coinvolgeva imprese, alle quali è andato circa il 66% delle risorse. Il limite, ancora una volta, è la dimensione.

Quasi sette finanziamenti su dieci, considerando una determinata categoria di interventi gestiti dalle amministrazioni locali, sono inferiori a 50 mila euro. L’importo medio è di circa 80 mila euro, poco più della metà di quello italiano.

Per innovazioni incrementali possono essere cifre importanti. Ma sviluppare tecnologie proprietarie, realizzare progetti di intelligenza artificiale complessi e portare sul mercato nuove soluzioni richiede spesso investimenti molto più consistenti e di durata pluriennale.Il problema dell’Umbria potrebbe quindi non essere la mancanza di iniziative, ma la loro scala.

IA, la partita del 2026

Il 2026 può rappresentare un passaggio significativo. Da una parte la Banca d’Italia prevede una riduzione della spesa per investimenti delle imprese umbre. Dall’altra, nuovi strumenti pubblici cercano proprio di spingere innovazione, digitalizzazione e collaborazione tra ricerca e aziende.

La Regione Umbria ha attivato AI for Umbria, con un milione di euro destinato a sostenere nelle micro, piccole e medie imprese la sperimentazione di applicazioni di intelligenza artificiale nei prodotti e nei processi. A questo si affiancano gli interventi per i Poli di Innovazione e gli strumenti della Camera di Commercio per la doppia transizione digitale ed ecologica.

Il punto, però, sarà capire se queste iniziative riusciranno a produrre una trasformazione stabile e non soltanto una serie di progetti isolati. L’Umbria non può competere con Milano o Roma sulla quantità di grandi aziende tecnologiche. Probabilmente non è neppure quella la strada da seguire. La sua dimensione potrebbe rappresentare un vantaggio se riuscisse a diventare un territorio nel quale imprese, università, pubblica amministrazione e ricerca sperimentano insieme applicazioni concrete dell’intelligenza artificiale.

Industria manifatturiera, turismo, sanità, agroalimentare, ambiente, energia, patrimonio culturale, servizi alle imprese: sono numerosi i settori nei quali l’IA può produrre applicazioni immediatamente verificabili.La vera occasione sarebbe trasformare queste sperimentazioni in prodotti replicabili, startup, brevetti e nuova occupazione qualificata.

Giorgio Mencaroni

Anche Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, individua nel rapporto tra i diversi soggetti del territorio uno dei passaggi decisivi. «Serve un rapporto sempre più stretto tra imprese, università, centri di ricerca, Regione, sistema del credito e associazioni», osserva, sottolineando come l’Umbria disponga di competenze e capacità imprenditoriali che devono essere messe nelle condizioni di generare più innovazione e valore sul territorio.

Il vero obiettivo: non soltanto usare l’IA, ma produrla

I numeri descrivono dunque una regione sospesa tra due scenari. Nel primo, l’Umbria diventa prevalentemente utilizzatrice di tecnologie sviluppate altrove. Nel secondo, riesce a trasformare la diffusione crescente dell’intelligenza artificiale in un’occasione per creare nuove imprese, prodotti, brevetti, competenze e occupazione.Oggi nessuno può dire quale delle due strade prevarrà.

Ma un dato emerge già: la distanza tecnologica dell’Umbria è probabilmente più ridotta di quanto suggerisca la sua dimensione economica. IA, cloud e analisi dei dati stanno già entrando nelle aziende. Ora viene il passaggio più difficile: trasformare questa familiarità digitale in innovazione originale. Ed è proprio qui che si giocherà una parte importante della competitività dell’Umbria dei prossimi anni.