Home Umbria Umbria, meno Pil ma più benessere: la regione che i conti economici...

Umbria, meno Pil ma più benessere: la regione che i conti economici non raccontano

0

Il Pil pro capite resta del 13% sotto la media italiana, ma gli indicatori Bes collocano l’Umbria oltre la media nazionale. Crescono fiducia nelle istituzioni, partecipazione e soddisfazione sul lavoro. Ma…..

Se guardiamo soltanto al Pil, l’Umbria continua a rincorrere il resto d’Italia. Se invece allarghiamo lo sguardo alla qualità della vita, ai rapporti sociali, alla fiducia nelle istituzioni e al lavoro, la fotografia cambia radicalmente. È questo il principale messaggio che arriva dai dati sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat, rielaborati dalla Banca d’Italia nel rapporto sull’economia regionale.

Nel 2024 il Pil pro capite dell’Umbria è stato di 32.467 euro. Ponendo l’Italia uguale a 100, la regione si ferma a quota 87: circa il 13% sotto la media nazionale. Anche il reddito disponibile per abitante è più basso: 22.524 euro contro 23.155 euro in Italia.

Sono numeri che pesano. Significano minore capacità di spesa e di risparmio, salari generalmente più bassi e una produttività che continua a rappresentare uno dei problemi strutturali dell’economia umbra. Eppure non raccontano tutto.

Il benessere umbro cresce più velocemente

Quando alle variabili economiche si affiancano salute, istruzione, ambiente, sicurezza, relazioni sociali, lavoro, servizi pubblici e qualità delle istituzioni, l’Umbria cambia posizione. L’elaborazione della Banca d’Italia su 120 indicatori territoriali Istat colloca infatti la regione nel 2024 oltre dieci punti sopra la media nazionale nell’indice complessivo di benessere.

Ancora più significativo è il confronto nel tempo: tra il 2018 e il 2024 l’indice umbro è cresciuto del 16%, contro il 12,1% dell’Italia e l’11,8% del Centro.

A spingere maggiormente il miglioramento è soprattutto la componente relativa a relazioni e istituzioni.

È qui che emerge una prima particolarità dell’Umbria: il divario negativo rispetto all’Italia che si osserva sul Pil non si ritrova affatto quando si guarda al benessere complessivo.

Più fiducia nelle istituzioni

Nel 2024 gli umbri assegnano 4,8 punti su dieci al Parlamento, contro 4,7 della media italiana. La fiducia nel sistema giudiziario è pari a 5,1, contro 4,9 in Italia. Per Forze dell’ordine e Vigili del fuoco si sale a 7,7, contro 7,4 a livello nazionale.

Solo sui partiti politici la valutazione resta identica a quella italiana: 3,5. Non sembra quindi emergere una fiducia generalizzata nella politica. Piuttosto, l’Umbria mostra livelli relativamente più elevati di fiducia nelle istituzioni percepite come più direttamente collegate a sicurezza, legalità e funzionamento dello Stato.

E c’è un altro elemento interessante: questo vantaggio non era così evidente dieci anni fa.

Nel 2016 l’Umbria era infatti leggermente sotto la media nazionale in diversi indicatori di fiducia. Nel tempo la situazione si è ribaltata.

Qualche segnale concreto arriva anche dalla giustizia civile. La durata media dei procedimenti è scesa dai 522 giorni del 2014 ai 401 del 2024, rispetto a una media italiana di 447 giorni.

Alle urne gli umbri partecipano di più

Anche la partecipazione elettorale racconta una regione più coinvolta nella vita pubblica.

Alle elezioni europee del 2024 ha votato il 60,8% degli aventi diritto umbri, contro il 52,5% del Centro e appena il 49,8% dell’intero Paese.

Naturalmente votare di più non equivale automaticamente ad avere più fiducia nelle istituzioni. Ma il dato segnala comunque una partecipazione alla vita pubblica decisamente superiore alla media italiana.

Il paradosso del lavoro: salari bassi, soddisfazione alta

Il contrasto diventa ancora più evidente quando si guarda al lavoro.

Secondo un’elaborazione della Camera di Commercio dell’Umbria su dati Istat, il 57,5% degli occupati umbri esprime un livello molto elevato di soddisfazione per il proprio lavoro.

È uno dei risultati migliori d’Italia, contro una media nazionale del 51,1%.

Eppure le retribuzioni medie dei dipendenti umbri sono inferiori dell’11,2% rispetto a quelle italiane.

Come si spiegano due dati apparentemente opposti?

Una parte della risposta può trovarsi nella qualità complessiva dell’esperienza lavorativa. Stabilità del posto, orari, distanza casa-lavoro, interesse per l’attività svolta e possibilità di conciliare vita e occupazione possono pesare quanto – e in alcuni casi più – dello stipendio nella valutazione individuale.

In Umbria, inoltre, soltanto il 2,8% degli occupati teme di perdere il proprio lavoro senza riuscire a trovarne uno simile, contro il 3,2% nazionale.

I passaggi da occupazioni instabili a posizioni stabili raggiungono il 20,4%, contro il 16,6% dell’Italia.

Ma il quadro non deve essere idealizzato.Restano problemi importanti: salari bassi, produttività da recuperare, part-time involontario e una quota significativa di laureati impiegati in mansioni inferiori al proprio livello di istruzione.

Il capitale sociale dell’Umbria vale, ma quanto produce?

Fiducia, partecipazione, relazioni sociali e qualità delle istituzioni possono essere considerate una sorta di infrastruttura invisibile di un territorio. Non sostituiscono fabbriche, innovazione, investimenti, competenze o salari. Ma possono rendere più efficiente tutto il resto.

Un territorio nel quale cittadini e imprese si fidano maggiormente delle istituzioni, nel quale la pubblica amministrazione funziona meglio e nel quale esiste una maggiore capacità di cooperazione dovrebbe, almeno in teoria, avere condizioni favorevoli anche per lo sviluppo economico.

Gli studi economici internazionali hanno da tempo sottolineato il ruolo delle istituzioni nella crescita. Non a caso il Premio Nobel per l’Economia 2024 è stato assegnato a Daron Acemoglu, Simon Johnson e James Robinson per le ricerche su come la qualità delle istituzioni influenzi la prosperità.

Il riferimento non significa che le loro conclusioni possano essere applicate automaticamente all’Umbria. Ma offre una chiave di lettura importante.

Il vero paradosso umbro non è stare bene con meno Pil

Il rischio sarebbe leggere questi numeri come una consolazione: guadagniamo meno, produciamo meno, però viviamo meglio.

Sarebbe una conclusione comoda, ma sbagliata.

Il maggiore benessere sociale non può compensare all’infinito salari più bassi, minore produttività e difficoltà a trattenere giovani qualificati. E allo stesso tempo sarebbe altrettanto sbagliato ignorare ciò che il Pil non misura.

L’Umbria sembra possedere un patrimonio che molte economie cercano di costruire: coesione sociale, fiducia, partecipazione e una qualità delle relazioni relativamente elevata.

Il vero paradosso, allora, è un altro.

Se questo capitale esiste davvero, perché non riesce ancora a produrre abbastanza crescita?

Perché una regione che mostra buoni livelli di qualità della vita continua ad avere salari e Pil significativamente inferiori alla media italiana?

È su questa distanza che dovrebbe concentrarsi la politica economica regionale.

L’obiettivo non può essere scegliere tra crescita e benessere. Deve essere trasformare il secondo in una leva per la prima.

Se l’Umbria riuscisse a utilizzare meglio il proprio capitale sociale per attrarre investimenti, sostenere l’innovazione, aumentare la produttività e trattenere giovani e competenze, quello che oggi appare come un paradosso potrebbe diventare un vantaggio competitivo.

La vera sfida dei prossimi anni sarà capire se una regione che, sotto molti aspetti, vive meglio di quanto produce, riuscirà finalmente anche a produrre quanto merita