Lacrime, rabbia e palloncini bianchi al funerale del 23enne ucciso per uno sfottò calcistico. Fabriano si ferma per salutare Hekuran Cumani
La chiesa di San Giuseppe Lavoratore, a Fabriano, era gremita come non mai per l’ultimo saluto a Hekuran “Heku” Cumani, il giovane di origini albanesi morto a soli ventitré anni nel parcheggio del Dipartimento di Matematica dell’Università di Perugia. Una tragedia assurda, scaturita — secondo la ricostruzione degli amici — da un banale commento sul calcio, un “Forza Marocco” detto per scherzo e trasformato in pretesto per la violenza. Un colpo di coltello, improvviso e fatale, ha interrotto la sua vita e infranto i sogni di un ragazzo conosciuto per la sua allegria e la sua gentilezza.
Al centro dell’altare, la bara bianca di Heku, circondata da fiori e da una fotografia che ne mostrava il sorriso luminoso. A officiare la cerimonia don Ivan Esposito, che ha pronunciato parole di dolore e riflessione: “Sembra che oggi non ci si diverta se non nella violenza. Eppure la vita, quella vera, è incontro, rispetto, gioia condivisa.”
Fuori, la città si è stretta attorno alla famiglia Cumani. Le bandiere a mezz’asta, volute dall’amministrazione comunale guidata dalla sindaca Daniela Ghergo, hanno ricordato il lutto cittadino per una perdita che tocca tutti. «Era uno di noi», hanno detto in molti, sottolineando quanto la famiglia fosse integrata e amata.
Gli amici lo hanno ricordato con le parole più semplici e vere: “C’era sempre per tutti”, “Aveva una luce dentro”. Nel dolore si mescolano rabbia e incredulità: una vita spezzata per nulla, un gesto senza senso.
Mentre proseguono le indagini — l’arma del delitto non è ancora stata trovata — resta il vuoto e lo smarrimento. Quando, al termine della funzione, i palloncini bianchi si sono alzati nel cielo limpido, il silenzio ha avvolto la folla. Tutti li hanno seguiti con lo sguardo, come a voler accompagnare Heku ancora un po’ più in alto, fin dove gli occhi potevano arrivare.
Un addio struggente, che lascia una ferita profonda in una comunità che oggi si scopre più fragile, ma unita nel ricordo di un ragazzo che sapeva soltanto sorridere alla vita.













