Il duo violino e pianoforte Hans Liviabella e Gianluca Angelillo ha esplorato il repertorio italiano e russo del primo Novecento, tra delicate evasioni melodiche e tensioni drammatiche
Un bel concerto quello di sabato pomeriggio a cui ci siano accostati sotto il chiarore di una bellissima luna piena, mentre si dissolvevano le ultime luci del tramonto. Sui monti la crema irsuta della bora scura si scatenava in lontane tempeste. Nella sala dei Notari non eravamo in molti perché il programma proposto non prometteva niente di eclatante: un duo violino e pianoforte con musica del Novecento storico, un genere che non promette proprio niente di esaltante. Incuriosiva la dizione “focus intorno a Lino Liviabella”, un musicista del ventennio di cui poco si conosceva. A proporre il tema era comunque il nepote del musicista, Hans Liviabella, che si apprestava a onorare il suo mandato munito di un formidabile pianista, Gianluca Angelillo, simpaticissimo personaggio che finalmente si è presentato in pedana con un bel maglione arancione, disarticolando, finalmente, il nero funereo delle casacche rituali, funebri e nemiche delle fotografie. Lui è torinese di scuola russa e forse dovrebbe convincersi che tenere il coperchio del pianoforte sollevato non fa del bene all’equilibrio sonoro del duo. La abnegazione di Hans, bel musicista di accreditata scuola, si è spinta ad accostare il buon Liviabella a un musicista che avrebbe potuto essergli stato anche maestro, Ottorino Respighi , i cui aromi avevamo respirato nel concerto di Irené Fiorito al Pavone. Lì la bella e floreale Sonata in si minore, qui ai Notari qualcosa di più casto, i Cinque Pezzi del 1906. Quando sentiamo questa musica non possiamo non renderci conto di come questi maestri di primo Novecento annaspassero nel tentativo di sottrarsi alle lusinghe del melodramma e agli abissi della dodecafonia, mantenendo quel tono neutro e svagato della melodicità pura. Era qualcosa che funzionava per i francesi, avvolti dai loro amplessi col simbolismo, ma che per noi italiani sapeva di “peccato di sagrestia”, con timidi tentativi di uniformarsi al faunesco rumoreggiare dannunziano, senza averne la contagiosa forza sensuale. Questi piccoli pezzi di Respighi, pur esposti con garbo, rivelavano la lo trame morbiducce, vestendosi dei panni della evocazione dove c’era un po’ di tutto, da Dvorak a Fauré, con un brivido di Wagner. Piccola Italia che cercava una sua strada nella dimensione europea del suono cercando di fingere di non esser nati sotto lo stesso cielo di Puccini.
Altrove, nel vecchio continente, si agitavano bel altre drammaturgie e ha fatto bene Liviabella junior a farci entrare nel grande mare della musica sarmatica con quel Prokofiev dell’op. 80, la prima sonata che nessuno ha mai il coraggio di proporre. E a buona ragione, perché con quei trenta minuti di tetraggine di rischia l’impopolarità. Eppure questa grande pagine scritta tra il 1938 e il ’46 dal musicista che seppe piegarsi con sofferta docilità ai dettami stalinisti è lo specchio di un pensiero di cui noi occidentali, nati libri e spediti in regimi democratici, non possiamo forse darci contezza. In questa musica sofferente e piegata dalla rassegnazione c’è tutto un percorso di un popolo che ha attraversato il dolore di una civiltà che avrebbe voluto dialogare col mondo libero senza averne la volontà e la reale capacità. Più naturale, forse, farsi acclivi al dolore e recriminare con violenza il distacco dalla felicità. Dai soffi cimiteriali della scale rapidissime del volino nel primo tempo, alle percosse brutali del secondo movimento, martellate da Angelillo con esagitata convinzione, al piccolo sogno di pace del terzo, si ritorna alla sconfortata presa di coscienza del finale, che cancella, se mai ci fosse stata, ogni speranza. Bisognerebbe riflettere più su queste musiche così esplicative di quanto sia difficile il dialogo tra il respiro di un mondo che, attraverso le sue contraddizioni, anche drammatiche, ha conosciuto la evoluzione della pace, e un pianeta ancora “sommerso” nella ricerca di una felicità mai conosciuta. Questa Sonata, così ben interpretata dai due ospiti, ci ha turbato perché non si poteva non pensare a fatti attuali che si svolgono, nostro malgrado, sotto i nostri occhi e che, ancora una volta, vengono riportati alla realtà dalla forza sconvolgente della verità che la musica sa sempre riportare alla luce. Ecco allora che il buon Liviabella ci ha portato un po’ di buonumore con questa sua Sonata del 1920-28 che in tempi di Ventennio si sarebbe definita “schietta”. In mezzo c’è il delitto Matteotti, ma di questo non c’è il minimo sentore. Il maestro marchigiano pensa a una musica “pura” aerea e sognante, legata a stimoli sensoriali ancora Liberty, con una sincera propensione a sentirsi svincolato da qualunque drammaturgia. Col nostro Gianluca Tocchi, Massarani e Bianchi Liviabella visse il suo momento di notorietà con un premio al Concorso Olimpionico Musicale della Berlino nazista e il fuori programma proposto, un ineffabile adagio da chiesa, non giova certo alla sua riscoperta. Comunque il concerto ci ha soddisfatti per questa conoscenza che colma un nostra lacuna di cui siamo grati ai due musicisti ospiti. Ci si rivede a metà febbraio con il ritorno di Stefano Ferrario con la Perugia Young e il Quartetto di Cremona, in attesa del ricordo di Franco Buitoni. Lui, veramente, un presidente “garbato” e gentile.
Stefano Ragni









