Presenze in forte aumento, ma il tributo resta applicato solo in parte: secondo AUR il gettito potenziale potrebbe crescere di oltre il 26%
L’Umbria viaggia a ritmo sostenuto sul fronte turistico, ma non riesce ancora a trasformare pienamente questa crescita in risorse per i territori. È quanto emerge dallo studio “L’imposta di soggiorno in Umbria: diffusione, gettito e potenziale inespresso” elaborato da AUR – Agenzia Umbria Ricerche, a firma di Mauro Casavecchia, che analizza diffusione ed effetti dell’imposta di soggiorno in relazione alla ripresa dei flussi.
Tra il 2019 e il 2024 le presenze turistiche regionali sono aumentate del 14,6%, più del doppio rispetto alla media nazionale (+6,7%). Un risultato che colloca l’Umbria al quinto posto in Italia per dinamica di crescita e che assume un peso ancora maggiore se si considera la struttura del sistema turistico regionale, caratterizzato da forte stagionalità e da una rete di destinazioni medio-piccole, spesso meno infrastrutturate rispetto ai grandi poli nazionali.
In questo scenario torna centrale il ruolo dell’imposta di soggiorno, introdotta nel 2012 come strumento per consentire ai comuni di intercettare parte del valore generato dal turismo e reinvestirlo in servizi pubblici, manutenzione urbana e politiche di accoglienza. A livello nazionale il tributo è applicato solo in circa un quinto dei comuni, ma il gettito complessivo è in costante crescita: secondo le stime dell’Osservatorio Jfc, nel 2026 dovrebbe superare 1,3 miliardi di euro, anche grazie all’aumento straordinario legato al Giubileo. Una crescita accompagnata però da polemiche, dopo la decisione della manovra di bilancio di destinare allo Stato il 30% del gettito aggiuntivo, sottraendolo alle politiche turistiche locali.
In Umbria, nel 2025, l’imposta di soggiorno è applicata in 39 comuni, con un gettito complessivo pari a 7,66 milioni di euro. Solo nell’ultimo anno sei amministrazioni hanno introdotto il tributo per la prima volta, determinando un incremento regionale del 20,5%. Per il 2026 sono già annunciate nuove estensioni e aumenti tariffari, in particolare nei principali poli turistici.
Il gettito resta però fortemente concentrato: Assisi guida la classifica con 2,3 milioni di euro, seguita da Perugia con 1,3 milioni. Insieme, le due città raccolgono quasi la metà delle entrate regionali. Seguono Orvieto, Gubbio e Spoleto, con valori più contenuti ma in forte crescita. Se si guarda invece al rapporto con la popolazione residente, emergono realtà più piccole come Lisciano Niccone, che registra oltre 127 euro per abitante, grazie alla presenza di strutture di fascia alta.
Il dato più critico evidenziato dallo studio riguarda però la mancata applicazione del tributo in una parte significativa del territorio. L’Umbria è una delle poche regioni italiane prive di comuni classificati come “non turistici” dall’Istat, eppure la diffusione dell’imposta resta incompleta anche nelle aree a elevata densità turistica. Nel 2024 oltre 1,4 milioni di pernottamenti, più di uno su cinque, non sono stati assoggettati all’imposta perché avvenuti in comuni che non la applicano.
Secondo le stime di AUR, una piena estensione del tributo avrebbe potuto generare un gettito aggiuntivo del 26,3%, pari a circa 1,7 milioni di euro in più. Risorse che avrebbero potuto essere destinate a servizi, manutenzione e valorizzazione del patrimonio locale.
La sotto-adozione dell’imposta non rappresenta quindi solo un problema di entrate mancate, ma contribuisce ad ampliare le asimmetrie tra territori: alcuni comuni riescono a capitalizzare l’aumento dei flussi turistici, altri no. In un contesto di crescita strutturale della domanda, conclude implicitamente l’analisi di AUR, il tema non è più se applicare l’imposta di soggiorno, ma come renderla uno strumento realmente diffuso ed efficace di sviluppo locale.















