Boom di assunzioni a gennaio, poi la frenata. Meno industria, più profili poco qualificati e un ricorso crescente a manodopera straniera. Così cambia l’economia regionale
L’Umbria continua a creare posti di lavoro, ma la direzione in cui si muove il suo mercato occupazionale solleva interrogativi sulla qualità dello sviluppo. I dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro mostrano un quadro fatto di segnali contrastanti: da un lato una capacità di tenuta superiore alla media nazionale, dall’altro una struttura produttiva che tende a spostarsi verso attività a basso valore aggiunto.
Il mese di gennaio 2026 si chiude con 6.950 assunzioni programmate, in crescita del 4,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Un risultato che colloca l’Umbria tra le regioni più dinamiche d’Italia, preceduta solo da Valle d’Aosta e Calabria. Ma l’entusiasmo iniziale si attenua rapidamente se si guarda all’intero trimestre.
L’effetto gennaio non dura
Nel periodo gennaio–marzo le imprese prevedono 17.850 ingressi, 240 in meno rispetto allo scorso anno (–1,3%). Il rallentamento riguarda in modo simmetrico industria e servizi, mentre l’agricoltura resta stabile. Un segnale chiaro: la crescita di inizio anno non si consolida in una traiettoria strutturale.
La dinamica occupazionale sembra quindi più legata a fattori contingenti che a un rafforzamento duraturo del sistema produttivo.
Industria in ritirata, manifattura debole
Uno dei dati più rilevanti riguarda il peso dell’industria. Nel 2019 manifattura e costruzioni rappresentavano il 43,9% delle assunzioni; oggi la quota scende al 41%. A perdere terreno è soprattutto la manifattura in senso stretto, che scende dal 31,8% al 27,1% e resta stabilmente sotto la soglia del 30%.
Non è tanto la presenza industriale in sé a preoccupare, quanto la difficoltà a sviluppare segmenti avanzati, capaci di generare competenze elevate, innovazione e integrazione nelle filiere più competitive. Senza questo salto, l’industria rischia di rimanere ancorata a produzioni a basso contenuto tecnologico e occupazionale.
Servizi dominanti, ma poco qualificanti
A compensare la debolezza industriale è il terziario, che arriva a rappresentare il 59% delle nuove assunzioni. Commercio, turismo e servizi alla persona restano la spina dorsale dell’occupazione regionale, garantendo redditi e coesione sociale.
Manca però un elemento decisivo: i servizi avanzati alle imprese. Informatica, consulenza, progettazione, ricerca e servizi tecnici restano marginali, privando il sistema economico di quella leva che, nelle regioni più dinamiche, aumenta produttività e valore aggiunto.
Sempre più lavoro poco qualificato
La trasformazione settoriale si riflette nei profili richiesti. Nel gennaio 2026 il 21% delle assunzioni riguarda persone con solo la scuola dell’obbligo, in aumento rispetto al 19% dell’anno precedente. Diminuisce la domanda di diplomati, mentre la quota di laureati resta ferma al 13%, ben al di sotto della media nazionale.
È il segnale di una crescita che tende ad allargarsi in termini numerici, ma fatica a migliorare la qualità dell’occupazione.
UmbriaTante offerte, pochi candidati
Il paradosso è che, nonostante l’aumento dei posti disponibili, oltre il 50% delle assunzioni risulta di difficile reperimento. Il problema principale non è la mancanza di competenze adeguate, ma la scarsità di persone disponibili, un effetto sempre più evidente dell’inverno demografico.
Per colmare il vuoto cresce il ricorso a lavoratori stranieri: la quota di personale immigrato richiesto dalle imprese umbre sale dal 19% al 24% in un solo anno, uno degli incrementi più rapidi a livello regionale.
Una crescita che pone una scelta

Secondo il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, i dati Excelsior descrivono “un mercato del lavoro che cresce, ma che pone una questione di qualità dello sviluppo”. La sfida, sottolinea, non è solo creare occupazione, ma far crescere imprese e attività capaci di generare più competenze, produttività e valore.
Excelsior, che ogni mese intercetta in tempo reale le intenzioni di assunzione di oltre 100mila imprese italiane, non fotografa il passato ma anticipa le scelte future. Ed è proprio questa capacità di previsione a rendere il messaggio chiaro: l’Umbria non è ferma, ma si sta muovendo lungo una linea sottile, in equilibrio tra quantità del lavoro e qualità dello sviluppo.
La direzione che prenderà dipenderà dalle politiche industriali, dalla formazione e dalla capacità di attrarre investimenti ad alto contenuto di competenze. Perché crescere, ormai, non basta più.











