Veterinaria aggredita a Foligno dopo la morte di un cane: cresce l’allarme per la sicurezza dei sanitari in Umbria
Un ambulatorio, un cane ormai senza vita, e una rabbia che esplode trasformandosi in violenza. È accaduto a Foligno, dove la dottoressa Silvia Tori, veterinaria e titolare dell’ambulatorio “Corinna”, è stata aggredita fisicamente e verbalmente dal proprietario dell’animale.
Un episodio che colpisce non solo per la sua gravità, ma perché racconta una deriva sempre più frequente: quella che vede i professionisti della salute – medici e veterinari – diventare bersagli di frustrazione, dolore e perdita.
Secondo il racconto della stessa dottoressa, la situazione è degenerata in pochi istanti. Intrappolata tra macchinari e arredi, senza possibilità di fuga, si è trovata di fronte a un uomo fuori controllo. Una scena che restituisce tutta la fragilità di chi lavora spesso da solo, in orari delicati, senza protezioni adeguate. A evitare il peggio è stata la sua capacità di mantenere lucidità e gestire fisicamente l’aggressione. Ma questo non può – e non deve – diventare un requisito implicito della professione.
Ed è qui che il caso smette di essere cronaca e diventa riflessione.
Se per lavorare serve sapersi difendere, significa che qualcosa si è incrinato nel rapporto tra cittadini e chi presta cura. Il dolore per la perdita di un animale, sempre più vissuto come membro della famiglia, è reale e profondo. Ma non può giustificare un’escalation di violenza. Le conseguenze sono già tangibili. La decisione della dottoressa Tori di limitare il servizio h24 segna un punto di svolta: meno disponibilità, più cautela, più distanza. Una scelta obbligata per garantire sicurezza, ma che inevitabilmente impatta anche sul servizio al territorio.
E allora la domanda diventa inevitabile: stiamo andando verso una sanità – anche veterinaria – più chiusa, più diffidente, meno accessibile?
L’appello ai colleghi e all’Ordine per introdurre corsi di difesa personale suona come un campanello d’allarme. Non è normalità, è adattamento a un rischio crescente.
In Umbria, negli ultimi mesi, episodi simili si stanno moltiplicando. Una tendenza che non può essere ignorata e che richiede risposte concrete: più tutele, più prevenzione, ma anche una riflessione culturale sul rispetto di chi cura.
Perché se la paura entra negli ambulatori, a perdere non sono solo i professionisti. Ma l’intera comunità.































