Troppa didattica a distanza fa male agli studenti

Analisi approfondite rivelano i danni della Dad e studiosi invitano Istituzioni e Scuola a ripartire utilizzando la presenza e il contatto umano

di Francesco Pastorelli – Malgrado i rientri graduali nelle scuole il dibattito sulla Didattica a Distanza (Dad) è più che mai acceso in un periodo di grande incertezza generale che ha minato le basi tradizionali della formazione scolastica ed universitaria. Sebbene ormai questo nuovo strumento sia entrato nelle case delle famiglie italiane da quasi un anno, non si può dire che il percorso sia sempre stato facile e lineare. Tutt’altro. Alle difficoltà tecniche legate alla mancanza di una rete potente e capillare su tutti i territori e all’indisponibilità della connessione per molte famiglie, si unisce il tema della “socialità rubata” ai ragazzi che sentono più che mai la necessità di condividere percorso ed esperienze con i loro compagni.

E allora questa Dad meglio sarebbe definirla disagio a distanza. Gli adolescenti, i più colpiti. La scuola come luogo di trasmissione del contagio, o forse no, non troppo. Tutto è vago. Tutto è vario, ma purtroppo le conseguenze non lo sono. La didattica a distanza fa male agli studenti. Al ministero dell’Istruzione lo sanno da mesi che quel rito digitale conosciuto con la sigla di “Dad”, nel lungo periodo, riduce l’apprendimento scolastico, amplifica il disagio sociale, genera disturbi psicologi. Una verità inoppugnabile, supportata da tabelle, ricerche, documenti riservati che provengono anche dalla collaborazione col Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi che, assieme a una società di indagini demoscopiche, ha svolto per il ministero un’analisi trasversale alla popolazione scolastica con una serie di quesiti preparati dal proprio centro studi.

«Il virus fa chiudere la scuola. La prevenzione non si contesta. Però la scuola chiusa apre nei ragazzi grosse ferite. Quelle invisibili, le più insidiose. Non facciamo finta che non esistano», racconta il dottor David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi. «Le nostre paure sono confermate: la pandemia ha scatenato disagi che velocemente si trasformano in disturbi. La didattica a distanza acuisce i pericoli, non ne abusiamo con leggerezza».

Lazzari insorge: «Per favore smettiamola di parlare di didattica a distanza. Nessuno ha preparato le famiglie, gli studenti, gli insegnanti a un’esperienza così pesante. Non basta un abbonamento gratuito a internet per espletare il compito. Qui si tratta di lezioni seguite davanti a uno schermo senza alcun coinvolgimento. L’aula di una scuola è lo spazio di eccellenza per la crescita psicologica e non abbiamo surrogati. Noi siamo indotti a credere che la scuola sia un contenitore di informazioni e nozioni. Se fosse così, sarebbe obsoleta. Invece la scuola ha una funzione fondamentale per strutturare le competenze psicologiche che ci offrono flessibilità, credibilità, maturità, capacità di fronteggiare le varie situazioni che la vita ci pone. E lo Stato non ha altre leve per allenare al meglio la sua società di domani».

“I ragazzi generalmente imparano quando sono coinvolti attivamente e in ambienti in cui si sentono al sicuro e socialmente connessi. Imparare a distanza richiede un livello di attenzione sostenuta e un grande controllo emotivo. La richiesta è per tutti: studenti, insegnanti e genitori”, ha spiegato alla rivista della Harvard Chan School la ricercatrice e psicologa americana Archana Basu, istruttrice della divisione di psichiatria infantile e dell’adolescenza al Massachusetts General Hospital, assai stimata dagli psicologi italiani. Questo era il preambolo. Questa è la conclusione di Basu: «La nostra sicurezza fi sica e sociale è messa a dura prova. L’abbiamo chiamata scuola da casa, ma è una scuola di “crisi” a casa. Le preoccupazioni per la sicurezza sollecitano il sistema limbico, che può interferire con l’apprendimento ».

L’associazione degli psicologi americani ha inoltre diff uso un prontuario per tentare di semplifi care una missione improba degli insegnanti: decifrare i segnali di malessere che arrivano dagli studenti attraverso un collegamento a una piattaforma digitale e non alla tradizionale lavagna e poi rivolgersi agli specialisti. «La pandemia ha causato molta preoccupazione. Questi fattori di stress – scrivono – possono provocare problemi di salute mentale a chiunque e la comparsa di sintomi acuti per chi ne soff re già». Dal Gaslini di Genova ai dati scozzezi, dalla Francia all’Italian Journal of Pediatrics emerge che la maggioranza di giovani e bambini ha sviluppato problemi comportamentali e di regressione durante il lockdown e a causa della Dad. Ci sono poi le depressioni, lo stress, la mancanza d’aria, la deprivazione di sonno, l’ansia da separazione e una ridotta interazione con i genitori. I quali accettano il “sacrifi cio” pensando che passerà.

Partiamo da una recente ricerca del Gaslini di Genova condotta su 6.800 soggetti in tutt’Italia. Emerge che “nel 65% e nel 71% dei bambini con età rispettivamente minore o maggiore di 6 anni sono insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione. Per quel che riguarda i bambini al di sotto dei sei anni i disturbi più frequenti sono stati l’aumento dell’irritabilità, disturbi del sonno e disturbi d’ansia (inquietudine, ansia da separazione). Nei bambini e adolescenti (età 6-18 anni) i disturbi più frequenti hanno interessato la “componente somatica” (disturbi d’ansia e somatoformi come la sensazione di mancanza d’aria) e i disturbi del sonno (diffi coltà di addormentamento, diffi – coltà di riveglio per iniziare le lezioni per via telematica a casa)”.

In Scozia il lockdown sembra aver provocato sintomi simili a quelli del Ptsd (sindrome posttraumatica da stress), in genere causato da un evento traumatico, catastrofi co o violento. In genere, il Ptsd è la sindrome dei soldati coinvolti in combattimenti pesanti. Oltre a questo, sono stati rilevati stress, preoccupazione, ansia e senso di solitudine. In Francia: stress, depressione e ansia.

A tutto questo vanno aggiunti i danni, non sperimentalmente rilevati, provocati dalla mancanza di sport e movimento, fondamentali per uno sviluppo psico-fi sico equilibrato dei ragazzi; e la deprivazione di sole e aria aperta. Conosciamo anche l’importanza del gruppo dei pari nello sviluppo dei minorenni; ma non possiamo ancora dire quali saranno le conseguenze della sua deprivazione.

Come se tutto questo non bastasse, dobbiamo aggiungere a questo disagio anche gli eff etti dell’uso dei media device per molte ore al giorno (qualcosa ci ha già detto la ricerca del Gaslini). L’Italian Journal of Pediatrics ha pubblicato una rassegna sulle ricerche che riguardano l’uso di questi apparati nei bambini sotto i sei anni. Ne risulta una importante riduzione dei punteggi in matematica e nell’attenzione, con una importante perdita di effi cienza. Abbiamo inoltre: obesità, sedentarietà, comportamenti alimentari dannosi, mal di testa, problemi al collo e alle spalle; disturbi del sonno (li abbiamo già incontrati); danni agli occhi (fatica, irritazione e secchezza degli occhi); infi ne, una ridotta interazione tra i bambini e i genitori.

La Dad è un tema molto caro anche a Papa Francesco che nel lungo discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede ha lanciato un appello per il mondo della scuola e della politica: “Troppa Dad fa male ai ragazzi. È una catastrofe educativa quella in atto. Per evitare una catastrofe educativa oltre che sanitaria e sociale occorre una scuola che riparta al più presto in “presenza” per evitare un’ulteriore catastrofe sull’apprendimento e la socialità degli studenti, specie quelli più giovani”.