Medici e infermieri sono 16 volte più a rischio violenza di altri lavoratori

In Umbria la Usl 1 ha stilato un decalogo contenente le “tecniche verbali per disinnescare il livello di una situazione esplosiva” e ha attivato un corso di autodifesa per i camici bianchi

di Francesco Castellini – Chi l’avrebbe mai detto che fare il medico o l’infermiere potesse divenire una professione a rischio? Nessuno, davvero, poteva immaginare che coloro che dedicano la loro esistenza a salvare la vita e a curare il prossimo, sarebbero diventati sempre più oggetto di violenze fisiche, minacce, insulti, comportamenti mirati a umiliare o mortificare.

Eppure, è un dato di fatto. Francesco Rocco Pugliese, presidente della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu), ha stimato che “gli operatori sanitari sono 16 volte più a rischio di violenza degli altri lavoratori”, in particolare “corrono più pericoli di tutti coloro che operano nei Dipartimenti di Emergenza, e prevalentemente gli infermieri”.

E a fronte della moltiplicazione di casi di violenza contro i camici bianchi, c’è da dire che molti lavoratori dei servizi di emergenza, delle strutture psichiatriche e del Serd, come delle guardie mediche, non ne possono più di vivere in prima linea. Per loro, recarsi in clinica o in ambulatorio, in certe giornate, risulta davvero un azzardo.
Ma praticamente tutti gli operatori sanitari vivono in uno stato di ansia e di allarme costante. Il 90 per cento di loro nel corso dell’attività professionale, sono stati coinvolti in episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Tanto da essere arrivati ad una media di 1.200 aggressioni denunciate in un anno dal personale nei nostri ospedali.

Oltre uno su 10 (11%) ha subito violenza fisica sul lavoro. E il 4% riferisce di essere stato minacciato con un’arma da fuoco. La metà afferma invece di essere stata oggetto di offese verbali. Il 79% delle vittime sono donne.

E così il clima che si è venuto a creare in tutti gli ospedali, distretti sanitari, centri di salute e dir si voglia, è quello di paura. Chi vi opera si sente poco o per nulla al sicuro e più della metà si dice molto preoccupato per la propria incolumità.

È il quadro che emerge dall’indagine condotta dal sindacato degli infermieri Nursing Up sui professionisti italiani.

Teatro degli episodi di violenza sono soprattutto i punti di prima accoglienza, ma anche tutte le aree di degenze e i centri assistenziali sparsi nel territorio dove si verificano episodi forse meno eclatanti, ma comunque reiterati e logoranti.
Insomma, che si lavori al nord, al centro o al sud Italia, non c’è scampo: schiaffi, sputi, graffi, spintoni, morsi, lancio di oggetti, minacce di morte, sono all’ordine del giorno. E in estate le aggressioni aumentano vertiginosamente.

I lunghi tempi di attesa, il sovraffollamento e la sensazione di essere trascurati, sarebbero le cause principali riferite come innescanti dei comportamenti furiosi dei pazienti e delle persone che li accompagnano. Il Triage (vale a dire l’operatore incaricato di valutare per primo la condizione clinica dei pazienti e del loro rischio evolutivo attraverso l’attribuzione di una scala di codici colore volta a definire la priorità di trattamento) è stata definita l’attività infermieristica più rischiosa in assoluto.

E non è un caso che uno degli ultimi gravi episodi avvenuti al Pronto Soccorso del Santa Maria della Misericordia abbia visto un infermiere colpito in pieno volto da un pugno sferrato dal parente di un malato in attesa di essere ricovero. Ma sono scene che si ripetono in maniera ormai seriale. C’è chi viene schiaffeggiato, chi preso a pugni e a cinghiate. Chi si ritrova a sottostare passivamente alle follie di un ubriaco, come la notte di qualche tempo fa, quando un giovane italiano, soccorso dal personale del 118 che lo aveva trovato svenuto in coma etilico su una panchina a Perugia, portato in ospedale, visitato, sistemato su una lettiga, costantemente monitorato, ad un certo punto si è svegliato e ha dato in escandescenze, prendendosela con la porta scorrevole del Pronto Soccorso e facendola uscire dalla guida, per poi avventarsi contro il locale del triage spaccando un vetro e poi distruggendo una sedia a rotelle. Per calmarlo sono dovuti intervenire gli agenti del posto fisso di Polizia.

E proprio per difendersi da tali pericoli le singole aziende sanitarie e gli Ordini professionali stanno mettendo in atto varie iniziative, con l’unico obiettivo di arginare il fenomeno delle aggressioni al personale sanitario.

In Umbria la Usl 1 ha stilato un decalogo contenente le “tecniche verbali per disinnescare o abbassare il livello di una situazione esplosiva” che è già stato distribuito a tutti i pronto soccorso aziendali e sta per essere consegnato anche ai poliambulatori, alle postazioni Cup e ai reparti di degenza. Vi si legge quanto segue: “Cosa fare se arriva un paziente particolarmente aggressivo? In primo luogo cercare di mantenere sempre la calma e parlare con un tono modulato senza porsi sulla difensiva. Non toccare mai il paziente e mantenersi a distanza: il contatto fisico, infatti, può essere percepito come minaccioso dall’utente. Nel caso in cui il malato aggressivo sia accompagnato, valutare bene il ruolo dell’accompagnatore e allontanarlo nel caso in cui sia fonte di agitazione. Inoltre il medico o l’infermiere deve sempre mostrarsi gentile e cercare di rispondere a tutte le domande, anche quando vengono poste con arroganza. Nel caso in cui le procedure non funzionino, è necessario chiedere aiuto alle forze dell’ordine o ai colleghi”.

Al “libretto di istruzioni” la Usl 1 ha affiancato una formazione specifica che ha visto la collaborazione di vari servizi, tra cui lo staff di sicurezza aziendale, lo staff di comunicazione e area funzionale di psicologia e il servizio aziendale di risk management.

Inoltre, all’ospedale di Città di Castello, primo esempio in Umbria, si è recentemente concluso un corso di difesa personale per gli operatori sanitari, tenuto dal luogotenente dei carabinieri Fabrizio Capalti e dal maestro Augusto Mariotti del Centro Judo Ginnastica tifernate coordinati dal dottor Marco Mariucci. Il corso, che sarà replicato anche il prossimo anno, ha visto la formazione di 40 operatori con nozioni di legislatura, tecniche di difesa e nozioni di psicologia.