L’Umbria sempre più in basso e si parla già di “africanizzazione”

L’Umbria ha bisogno di uomini illuminati da ubicare nei posti nevralgici, che possano in sinergia fra loro, condurre questa nave in tempesta in un porto sicuro e prosperoso

Giuseppe Caforio

Giuseppe Caforio

di Giuseppe Caforio – Il vecchio dilemma se essere ultimi del campionato superiore sia meglio dell’essere primi nel campionato inferiore, in Umbria sta per essere superato da un’amara certezza: la regione sotto il profilo socio-economico è scivolata verso il Meridione, addirittura nel fondo del campionato cadetto.

Con cadenza più o meno mensile i vari enti pubblici e privati che si occupano di analisi statistiche dell’andamento dell’economia denunciano un costante e progressivo deterioramento della situazione regionale sotto molteplici profili: l’ultimo in ordine di tempo è lo studio presentato da Confcommercio a Roma l’altro ieri, che ancora una volta ribadisce la grave situazione economica della regione che addirittura già sotto il profilo del Pil procapite ha attualmente un livello inferiore a quello del 1995. Se nel periodo 1996-2007 il Pil era cresciuto dello 0,8% nel successivo quinquennio è crollato del 3,2%; solo il Molise è riuscito a fare peggio dell’Umbria, che quindi si trova al penultimo posto nazionale. Ma, se si avessero dei dubbi sulla gravità della situazione, è sufficiente esaminare il dato oggettivo dei consumi procapite che nel periodo 2008-2013 sono crollati del 2,5%, anche in questo caso l’Umbria è ancora una volta al penultimo posto nazionale davanti solo alla Calabria che ha avuto un crollo del -2,7%. Anche il dato degli anni 2014-2017, in una fase in cui il resto d’Italia festeggia una discreta ripresa economica, è ancora negativo con una percentuale del -0,4%. In questo caso l’Umbria è all’ultimo posto, insieme alle Marche. Anche le stime per il 2017 non sono incoraggianti in quanto tutti gli indici economici individuano l’Umbria quale la regione più penalizzata sia per i consumi pro-capite che per gli altri dati a cominciare da quelli occupazionali.

Insomma, su tutta la linea, Pil compreso, l’Umbria quando va bene è sotto la media nazionale in maniera abbondante e, quando va male, è ultima. Se per decadi si è parlato di meridionalizzazione dell’Umbria oramai con preoccupata serietà bisogna cominciare ad ipotizzare una sorta di “africanizzazione” della nostra regione. Nemmeno il terremoto, che con onestà intellettuale in alcune zone era stato ribattezzato “Santo terremoto” per la spinta economica data nel 1997, è riuscito finora a smuovere i dati macro-economici. E ciò è tutto dire, se in una realtà tutto sommato di piccole dimensioni come l’Umbria neanche l’iniezione di interventi economici pubblici e privati così massicci per la ricostruzione, sono riusciti a tirare su occupazione e consumi.

Occorre un colpo di reni che veda unite tutte le forze istituzionali, politiche, imprenditoriali e dei lavoratori affinchè si costruisca un progetto Umbria che in maniera strutturale faccia da traino all’economia, portando col segno più tutti quei dati che oggi segnano amaramente il declino di una regione. Si è abituati a chiacchierare tanto e a concludere poco.

Mentre si perdono realtà infrastrutturali come la Fcu, senza alta velocità ferroviaria, con un aeroporto che non decolla, con le strade groviera e alcuni centri importanti di fatto raggiungibili solo con difficoltà, si pensi a Gubbio, Orvieto, Città della Pieve ecc…, non si intravede alcuna luce in fondo al tunnel, ma sopratutto manca un comandante-capo che indichi la via. L’Umbria ha bisogno di uomini illuminati da ubicare nei posti nevralgici di direzione, che possano in sinergia fra loro, condurre questa nave in tempesta in un porto sicuro e prosperoso.