Lo Studentato della discordia, ora “resuscitato” dal Tar

Ma dietro la vicenda della residenza di San Bevignate si nascondono giochi economici e politici che poco hanno a che fare con l’interesse della città e degli studenti

San Bevignate

San Bevignate

Di Giovanni Spada – Che Perugia sia sempre più una città universitaria lo testimoniano anche le tante domande pervenute all’Adisu. Si tratta esattamente di 6.230 richieste per l’anno accademico 2018/2019. A farlo sapere è il commissario straordinario dell’Agenzia per il diritto alla studio universitario dell’Umbria, Maria Trani, che così commenta i dati. «I numeri confermano il trend positivo e l’attrattività del sistema universitario della regione. Erano 5.847 le domande presentate nel 2017 e 4.995 nel 2016». «Si tratta – ha proseguito Trani – di risultati importanti che premiano gli sforzi per fidelizzare gli studenti locali e incentivarne da fuori regione, conseguiti grazie a ingenti investimenti strutturali, al miglioramento dei servizi ristorativi ed abitativi e all’ampliamento di una offerta formativa al passo con i tempi».

Ma su tutto questo grava come un’ombra grigia la vicenda della costruzione dello Studentato a San Bevignate, tornata recentemente alla ribalta dopo la sentenza del Tar che si è espresso in maniera favorevole alla realizzazione dell’immobile da realizzare in via Enrico dal Pozzo, a Perugia. Il Tribunale amministrativo dell’Umbria ha accolto il ricorso dell’Adisu contro il “no” della Soprintendenza, e ha nominato il Prefetto di Perugia commissario ad acta.
E così ora il commissario straordinario Maria Trani esulta: «Ancora una volta il Tar dell’Umbria conferma la correttezza delle azioni e degli atti assunti dall’Agenzia regionale per il diritto allo studio universitario e dei provvedimenti a suo tempo assunti dalla Regione Umbria».
Trani ha inoltre colto l’occasione della sentenza per esprimere «un particolare apprezzamento» per l’avvocato Giorgio Vercillo che ha curato la difesa di Agenzia.
Ma adesso che si fa? Si costruisce? Si ricorre di nuovo? Lo studentato che nessuno voleva si farà?

Qualche mese fa, Palazzo dei Priori descriveva così la scelta del no alla realizzazione: «Non vi è più rispondenza tra l’intervento proposto e l’attuale contesto sociale ed ambientale. Le esigenze di quell’area, sia dal punto di vista naturalistico che storico-culturale, data la vicinanza al complesso monumentale di San Bevignate, esempio unico in Italia della storia templare, sono, infatti, prioritarie rispetto a quelle abitative per lo studentato, per le quali, oggi, possono essere individuate altre soluzioni, alla luce anche dei cambiamenti avvenuti in città in termini di servizi e nuovi alloggi».
Ma c’è da ricordare e sottolineare che l’attuale giunta è guidata da Andrea Romizi e che l’inizio della storia risale a 15 anni fa. Era il 2003 e l’allora “cabina di regia” della città di Perugia (Presidente Regione Lorenzetti, sindaco Locchi, Rettore Prof. Bistoni e Amministratore Adisu Oliviero) decise che era arrivata l’ora di poter mettere a regime nuovo cemento.
Era l’epoca in cui Bistoni doveva poter far valere l’idea di trasferire tre facoltà (Economia, Giurisprudenza, Scienze Politiche), con oltre 10mila studenti, in via del Giochetto, per poter preparare la sua candidatura per il terzo mandato di Rettore. Peraltro una promessa a cui non darà mai seguito una volta eletto (e d’altra parte come avrebbe potuto fare con le casse della tesoreria dell’Università praticamente vuote!). Ma qualcuno volle crederci. E con la solerzia di colui che deve candidarsi a Rettore dopo Bistoni, ossia il professor Oliviero, si diede seguito – Regione e Adisu – a tutte le procedure per poter inaugurare in tempi brevi quello che presto sarà definito come lo “studentato della vergogna” da realizzare in una zona sinora preservata dalla cementificazione e sede di una chiesa Templare.
Furono tempi in cui la burocrazia municipale e regionale si distinse per la rapidità nel concedere le autorizzazioni. Il progetto esecutivo fu affidato ad un architetto di comprovata qualità professionale per un appalto da 12 milioni di euro.
Ma mentre si procedeva sul piano procedurale nessuna notizia trapelava all’esterno. Tanto che la comunità cittadina “scoprì” per caso questa idea da un reticolato messo in fretta e furia a delimitare l’area di edificabilità.
Furono subito critiche e proteste. La città si ribellò con marce e web che si alimentarono a vicenda fino a che si assistette a dei veri e propri “ribaltoni” politici. Nel 2013 l’Università elegge un Rettore, il Prof. Moriconi, da sempre contrario a questa ipotesi e un sindaco che su questa idea aveva fatto opposizione. Eppure testardamente l’Adisu procede, insieme alla Regione, nel portare avanti il progetto. Non si ferma nemmeno di fronte ad un’autorizzazione paesaggistica rilasciata in passato dalla Soprintendenza e nel frattempo scaduta. L’Adisu ne chiede il rinnovo, sempre negato, per una pluralità di volte, facendolo seguire da conseguenti ricorsi presso il Tar.

Sino alla sentenza recente. Ma c’è da dire che la giustizia amministrativa non può coincidere con la giustizia della storia. Un progetto folle e inutile, specie alla luce di oggi, con la riduzione della popolazione universitaria, in una localizzazione particolare, peraltro lontana dai servizi e dalla didattica, non ha alcun senso realizzarlo. Di certo non può essere considerato un servizio per la comunità intera.

Eppure il governo regionale – e l’Adisu – esultano per questa sentenza. Forse il governo regionale ritiene che se Perugia avesse nel 2013 eletto un sindaco di sinistra, allora avrebbero trovato la “quadratura del cerchio” per uscire da questa impasse, ma siccome hanno eletto un sindaco di altro orientamento politico, allora non ci deve essere collaborazione per trovare una soluzione definitiva a questo scempio. Ma le responsabilità sono chiare: chi – ossia Adisu – ha deciso di fare l’appalto per questa residenza deve fermare questo progetto; chi – ossia la Regione – ha stanziato i soldi per realizzare questo progetto deve revocare questo finanziamento. Costi quel che costi. La città non ha bisogno di questi “giochetti” della politica che dimostrano solo la “pochezza” di visione e di orizzonti nell’interesse dei cittadini.

Quindi: Ricorso? Di nuovo? E su tutto l’eco di una domanda: chi pagherà le penali se i cantieri non dovessero iniziare?