La morte del carabiniere si poteva evitare

di Francesco Castellini
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L’omicidio del brigadiere Mario Cercelio Rega è una ferita inferta a tutto il Paese, che doveva e poteva essere evitata.
Per questo provoca ancora più dolore, indignazione e rabbia, in tutti gli uomini di buona volontà.
Perché è evidente che in Italia le Forze dell’Ordine svolgono un mestiere più difficile e pericoloso che in altri posti del mondo. Peraltro nemmeno conveniente, visti gli stipendi e l’abbandono da parte di uno Stato che non si degna nemmeno di difendere il loro operato, non offrendogli tutela legale quando si ritrovano sul banco degli accusati, e di fatto cancellando a tutti gli effetti il reato di oltraggio a pubblico ufficiale.
Umiliati, massacrati, insultati. Praticamente “indifesi”, grazie a una legge che tende a punirli severamente quando si presume che per errore abbiano superato i limiti imposti dall’art. 53 del codice penale, che legittima l’uso delle armi solo nel caso in cui l’agente vi sia costretto dalla necessità di vincere una resistenza all’autorità.
Dunque altro che “grilletto facile”, da queste parti difendersi strenuamente deve considerarsi una “soluzione estrema”, come recita, con tanto di grassetto, il punto 1.10 delle regole del dipartimento di Pubblica Sicurezza.
Tanto che in Italia sono migliaia i casi di poliziotti e carabinieri che si sono visti perseguitare e compromettere l’intera carriera solo perché hanno avuto l’ardire di tirare fuori dalla fondina la pistola.
Una norma rigida che li costringe a scendere in campo come burattini di piombo mandati allo sbaraglio, immersi in un humus “culturale” che li fa sentire esclusi e odiati dal sistema, obbligati a combattere una “guerra” senza unghie e denti, contro criminali spietati e privi di scrupoli, pronti a massacrare e infierire senza ritegno.
Per non parlare poi della “non collaborazione” della magistratura: che da una parte grazia i malviventi catturati con fatica da uomini e donne che ogni giorno rischiano la vita per garantire la sicurezza dei cittadini; e che dall’altra sembra godere nel mettere alla gogna un carabiniere che spara ad un bandito durante un’azione di ordine pubblico.
“L’unica opzione disponibile per le Forze dell’ordine che si trovano ad affrontare un criminale è essere ucciso o andare in carcere perché ha sparato per primo”, risuonano su tutte le affermazioni del sindacato di Polizia. Che da tempo va ripetendo inascoltato: “In Italia gli unici poliziotti buoni sono quelli morti”.
Ed è chiaro che così si diventa facile preda di una barbarie che si può combattere solo utilizzando le stesse armi, consapevoli che siamo di fronte ad una “guerra” senza frontiere che non dà spazio a esitazioni e indecisioni di sorta.

E pensando al povero Mario Cercelio Rega tornano in mente le parole di Fabrizio De André, ne “La guerra di Piero”:

Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere in terra a coprire il suo sangue

E se gli spari in fronte o nel cuore
Soltanto il tempo avrà per morire
Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore

E mentre gli usi questa premura
Quello si volta, ti vede e ha paura

Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia

Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato ritorno

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi