“Caso Umbria”, ogni anno quasi 8mila poveri in più

Nel 2017 altre tremila famiglie sono entrate nella fascia a “rischio” e gli effetti più immediati sono le richieste di aiuto alla Caritas e alle altre associazioni di volontariato

 

Povertà, Crisi, EconomiaDi Francesco Castellini – Che l’Umbria dal punto di vista economico non goda di buona salute è purtroppo evidente. Tutti gli indicatori rivelano senza ombra di dubbio come in questa ultima orribile decade la regione ha perso tanto, vale a dire il 14,6% per cento del suo Pil, con un 35% degli investimenti in meno; legato ad un calo dell’8% dei consumi.

L’impietosa fotografia emerge nitida dal Rapporto dell’Ufficio Studi della Confcommercio, presentato a Roma, dove lo stesso presidente Carlo Sangalli ha ribadito: «L’Umbria si colloca in una posizione critica rispetto all’Italia. Con un Pil pro capite che è ancora al di sotto dei livelli del 1995, segno che la recessione prolungata del periodo 2008/2013 ha lasciato qui, più che altrove, cicatrici profonde. Peggio solo il Molise, tra tutte le regioni italiane».

Un “caso Umbria” dunque, diventato ancor più emblematico per una serie di questioni che si sono sommate e che si sono abbattute con ripercussioni nefaste sulla forza lavoro, composta al momento da 260mila lavoratori dipendenti, 70mila autonomi e 41mila disoccupati, con un contratto su cinque da precario (dato Inps). In pratica tutto quello che rimane delle unità aziendali perse, passate dalle 83mila del 2007 alle attuali 80mila. Con emorragie inarrestabili che hanno riguardato soprattutto manifattura, costruzioni e trasporti.

E va da sé che l’altra faccia di questa arrugginita medaglia è un declassamento continuo e drammatico, che come sempre vede soffrire ancora una volta gli “ultimi” e solo gli “ultimi”.

Tant’è che l’Umbria, fra le regioni del Centro Italia, è quella con la percentuale più alta di famiglie sotto la soglia di “povertà relativa”. Il 12,6%, a fronte di una media italiana del 12,3%.

In termini numerici in un anno il numero di famiglie in tale condizione sono passate da 45.400 a 48.800. Che corrisponde ad un incremento del 7,3%, con circa 7.700 persone entrate in quella fascia “a rischio” che nel 2017 in Umbria già contava 112mila individui. Persone che, considerando gli standard utilizzati dall’Istituto di statistica, hanno potuto spendere meno di 1.085,22 euro. Un indicatore tarato su un nucleo di due persone, che se hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale importo sono classificate appunto come povere.

E c’è sempre chi sta peggio, vale a dire le oltre 27.300 famiglie che in Umbria possono essere stimate nella fascia di “povertà assoluta” e nelle quali sopravvivono circa 62.800 persone.

Situazione che, come per la povertà relativa, risulta in progressione.

E dunque non può stupire più di tanto il fatto che sempre più poveri si rivolgano al Centro di ascolto della Caritas diocesana per chiedere aiuto.

A Perugia in media 80 persone a settimana bussano alla porta del Villaggio della Carità, perché non riescono a pagare le fatture di acqua, energia elettrica, gas e telefono. «Il numero è aumentato del 50% dall’inizio della crisi», spiega Silvia Bagnarelli, assistente sociale del Centro di ascolto, precisando che «il 40% delle richieste proviene da famiglie italiane».

Una realtà che fa il paio con quella ternana, dove la società San Vincenzo de’ Paoli nel 2017 ha aiutato 2.166 persone, di cui 412 minori. In occasione dell’assemblea annuale ché si è tenuta nella parrocchia di Santa Maria Regina anche il vescovo, Giuseppe Piemontese, ha voluto ringraziare i volontari per il servizio svolto e li ha incoraggiati a proseguire la loro opera con dedizione e cura amorevole verso i più bisognosi. Il nuovo presidente del consiglio centrale, Alessandra Rossi ha dunque affermato: «L’impegno per i prossimi tre anni sarà volto alla promozione del nostro carisma nelle comunità cattoliche giovanili e non, perché solo attraverso i giovani sarà possibile realizzare il rinnovamento che gran parte di noi auspica». Del totale delle persone aiutate 49% sono italiani, 18% comunitari e 33% extracomunitari. Continuano inoltre ad aumentare le famiglie italiane aiutate soprattutto con il sostegno morale e spirituale perché la povertà pesa più a chi la vive come una nuova situazione. Ed è stato ricordato come siano sempre più evidenti le situazioni delle tante giovani famiglie che vivono una inaspettata fase di vita che era stata progettata con l’entusiasmo di chi pensa di avere la certezza del lavoro. Mentre altre giovani famiglie, con figli piccoli, appaiono ormai completamente rassegnate e prive di stimoli.

Ma sul che fare per uscire dal buio della crisi si interroga da tempo tutto il mondo dell’impresa.

«I rilievi elaborati dall’Ufficio Studi di Confcommercio Perugia Umbria – è l’analisi del presidente Giorgio Mencaroni – parlano di una timida ripresa, ma è altrettanto evidente che ci troviamo di fronte ad un andamento lento della dinamica imprenditoriale. Imprese stremate da fisco e burocrazia, consumi stagnanti, gap infrastrutturale. La malattia da cui è affetta l’economia della nostra regione è seria, non è una febbriciattola. Necessario un consulto, che chiami in causa tutti gli attori pubblici e privati, perché la cura deve essere altrettanto radicale e risolutiva, e non contempla palliativi».

Un grido d’allarme e un appello, che ha trovato perfettamente in linea Renato Cesca, presidente di Cna Umbria: «Bisogna agire con la massima urgenza. Serve subito un patto per l’innovazione, perché se è vero che la ripresa è iniziata, per tornare ai livelli precrisi ci vorranno anni».

Ed è appunto Cesca a preoccuparsi prima di tutto delle forti possibili ricadute nel sociale: «Tutti i market mostrano un sistema completamente trasformato. C’è un’identità da ridefinire in fretta. Partire dall’innovazione delle imprese per puntare sulle nuove competenze professionali, sulle moderne infrastrutture. Debbono essere messe in campo le migliori risorse e intelligenze. La lotta alla povertà deve essere il primo obiettivo da centrare, perché le eccessive disuguaglianze possono facilmente trasformarsi in ingiustizie e disparità di trattamento. Occorre ricreare un habitat ideale che favorisca l’impegno e la collaborazione. Consapevoli che molto spesso le soluzioni arrivano dal basso. E i problemi reali delle imprese, dei lavoratori, dei giovani e delle famiglie, rappresentano l’unicum da cui ripartire».

«Non c’è dubbio che nell’economia del futuro – è la tesi di Roberto Giannangeli, direttore di Cna Umbria – a fare la differenza sarà il fattore umano, abbinato ai saperi e all’innovazione, e questi non dipendono dalla dimensione d’impresa ma dalla qualità, a iniziare dal rispetto per la persona umana, dalla giustizia sociale, dal benessere economico e psichico degli individui che vi operano. Per questo si deve puntare sulle piccole e medie attività produttive, al cui interno si trovano potenzialità enormi. Non siamo all’anno zero, molte cose sono state fatte bene, molti traguardi sono stati raggiunti, ma adesso le nuove sfide devono metterci di nuovo alla prova. Penso all’integrazione tra manifattura tradizionale e digitale, per riavvicinare le piccole aziende al mercato globale. C’è da lavorare sul campo dell’internazionalizzazione del territorio, per incrementare il turismo. Per non parlare della velocizzazione della ricostruzione post sisma, o della creazione di valide ed efficaci infrastrutture, tra cui il nodo di Perugia e il collegamento con l’alta velocità, di vitale importanza per farci uscire dall’isolamento».

«Tante piccole imprese finalmente stanno tornando a fare investimenti – continua Giannangeli – ma a questi si debbono aggiungere le risorse dei fondi europei per creare strumenti ad hoc che possano compensare e neutralizzare il razionamento del credito bancario. Così come per valorizzare le risorse umane riteniamo opportuno rivedere l’organizzazione e le azioni dedicate alla formazione professionale».

Michele Medori, direttore di Confartigianato Imprese Terni, esprime a sua volta un cauto ottimismo, ma punta il dito contro la burocrazia: «Non possiamo più permetterci, all’alba di una seppur timida ripresa, di avere a che fare con un sistema che invece di alleggerire le pratiche, le complica. Dopo un lungo periodo di stand by e di rallentamento, le incertezze ci sono ancora, ma certi risultati ci fanno ben sperare. A patto che si cambi marcia. Numerose aziende hanno subito contraccolpi perché prodotti e servizi forniti non sono stati pagati con puntualità. Tante le attività che vantano crediti nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni. Eppure siamo nel Paese del saper fare. Sarebbe un grave errore trascurare o dimenticare l’impatto positivo che può avere questo nostro dna che ci contraddistingue nel mondo».

Di fatto, quello che appare sempre più evidente a tutti gli operatori e osservatori, è che superare la crisi di per sé non può essere il solo e unico obiettivo. Essere miopi non porta lontano. E di certo non basta recuperare il tanto terreno perduto per restare inseriti nelle dinamiche economiche del Centro-Nord, e dunque invertire la rotta che dal 2000 sta facendo scivolare la regione inesorabilmente verso Sud.

Serve coraggio, operare guardando oltre, lontano, in prospettiva.

E la cosa che fa ben sperare è proprio quella che ci sono tante voci che si uniscono in coro nel chiedere un nuovo piano di sviluppo su cui ritrovarsi e lavorare insieme. Tutti auspicano una nuova progettualità capace di connettersi con il prossimo futuro. Magari a partire da una presa di coscienza dei propri limiti e degli errori fin qui commessi per puntare quindi sulla piena valorizzazione del fattore umano, che partendo dal rispetto della persona e finalizzato alla sua piena emancipazione, può dar luogo ad una inversione di tendenza in grado di guardare ad un futuro migliore per tutti.