Caso Bartoccioni: la Sanità malata uccide i suoi figli migliori

di Francesco Castellini – L’inchiesta sulla Sanità umbra ha avuto fin qui il merito di far luce sulle fosche trame di un sistema banditesco e disumano, che purtroppo da queste parti dura da tempo immemore.
Evidenziando quello che poi sapevano tutti, ma che tutti facevano finta di non vedere, e cioè quel modo di operare criminoso, fatto di raccomandazioni e favori, che ha agito indisturbato in questa regione per volontà dei cosiddetti “poteri forti”, e che ha visto coinvolti e complici, politici, sindacati e perfino uomini di fede. Ed eccola allora, intercettazione dopo intercettazione, emergere evidente quella prassi “mafiosa” che si sa risponde solo a logiche di “appartenenza”, e che se ne strafrega del merito e del bene comune.
E va da sé che la cosa si rivela ancor più grave per il fatto che in gioco non c’è solo la collocazione di posti di lavoro, ma ruoli di primari e personale sanitario di prim’ordine, che in altri termini significa la quotidiana gestione della nostra salute e dunque la vita stessa di cittadini ammalati, costretti malgrado loro ad affidarsi alle cure pubbliche.
La Sanità è diventata così un bene soggiogato a calcoli di potere e a quei benefici diretti che tale “procedura” consolidata ha sempre riservato solo a coloro che fanno parte della eletta schiera, la quale ha sempre agito senza scrupolo alcuno, con l’intento di premiare solo e sempre se stessa. E così in pochi decenni si è passati da una Sanità d’eccellenza ad una fornitura di servizi ospedalieri sempre più scadenti, con tanto di ricomparsa di quelle file d’attesa chilometriche che costringono il malato a pagare di tasca propria esami e assistenza, e del riapparire delle orride barelle nei corridoi delle corsie.
Ma non ci interessa tanto parlare di questo vaso di Pandora che la Magistratura ha avuto il coraggio di scoperchiare, riversando nel mondo tutti i mali di questo metodo prepotente e borioso, consolidato e tradotto a norma, ma piuttosto ci preme parlare del fatto che in tutto questo tempo a farne le spese siano stati da una parte ignari pazienti e dall’altra i professionisti migliori.

E a proposito di dottori straordinari, vigliaccamente tartassati e che meritavano ben altra ricompensa, su tutti viene in mente il caso del professor Sandro Bartoccioni (nella foto a lato), il cardiochirurgo tifernate “cacciato” dall’ospedale Silvestrini per non essersi adeguato ai dettami che gli avevano imposto, resistendo con fermezza e dignità alle infami accuse rivoltegli col solo intento di “rubargli” il timone del dipartimento da lui stesso creato, per sottrargli quel ruolo di prestigio diventato un appetitoso posto d’oro da affidare ad un altro “affiliato” e amico, con la logica ferrea del nepotismo.

E lui, che aveva già all’attivo 3.000 interventi a cuore aperto, eseguiti senza commettere un solo errore, alla fine si è ammalato, ed è morto nel 2006, a 59 anni, di cancro.
Sandro Bartoccioni era diventato un cardiochirurgo di fama internazionale. Nato a Città di Castello nel 1947, nel giugno 1992 gli fu proposto di aprire un reparto di cardiochirurgia a Perugia.
Nonostante a disposizione non ci fosse una lira, né le attrezzature né l’equipe medica, lui disse subito di sì. Iniziò con due interventi a settimana, poi passò a quattro, e infine a dieci, operando mattina e pomeriggio. Così la sua Cardiologia divenne il fiore all’occhiello dell’ospedale perugino e uno dei più importanti centri d’Italia. Tanto che nel 1997 il manager del momento Mario Tosti decise di sanare la situazione di precarietà che durava ormai da 5 anni e bandì il concorso pubblico.
Sandro Bartoccioni sbaragliò tutti: arrivò primo in tutte e cinque le prove d’esame, per divenire a 44 anni il primario più giovane d’Italia. «In quel periodo – si legge in una vecchia intervista a Enzo Rossi, su l’altrapagina.it – ottengo successi impensabili: metto a punto delle tecniche nuove, mi chiamano da tutte le parti, facciamo anche un film di due ore su queste nuove tecniche che viene distribuito in Europa, Medioriente e Sudafrica. I risultati in ospedale per qualità e quantità sono ottimi…». Ma, improvvisa, arriva la mazzata: una denuncia per truffa aggravata.
«Vuoi scommettere – rimugina tra sé – che firmando tutte le mattine montagne di fogli ho commesso qualche errore. Ma io non ho rubato niente, se c’è qualche sbaglio lo chiariremo».
Quindici giorni dopo è l’ordine dei medici a comunicargli che un suo aiuto lo ha denunciato per comportamento scorretto. «Avrei detto che la moglie era una poco di buono e la figlia non era sua».
Poi arriva la lettera del vice primario che gli comunica il suo disagio ad andare in sala operatoria. «Il giorno dopo – racconta sempre a l’altrapagina.it – vado in reparto e lo chiamo, ma lui mi manda a quel paese di fronte a cinque persone». A questo punto Bartoccioni non si raccapezza più. E solo a posteriori riuscirà a mettere in fila i fatti e ricostruire la trama del complotto. Intanto continuano a piovergli in testa accuse di ogni genere. Fra queste anche quella assurda di aver calpestato un tubicino dell’ossigeno in sala operatoria.
L’azienda momentaneamente lo sospende.
Ma lui non si arrende e con un lavoro certosino le smonta una per una. E di fronte alla commissione aziendale lo stesso direttore generale Truffarelli ammette che ogni mercoledì e ogni sabato Bartoccioni andava a Gualdo e a Terni gratuitamente. «E uno che va tutti i sabati a Terni per volontariato – si arrabbia ancora Bartoccioni – poi viene a fregarti mezzora la mattina?»

Comunque, la commissione aziendale alla fine decide di licenziarlo. Non lo fa, però, perché lo ritiene colpevole di qualcuna delle 57 accuse, ma perché esse “sono espressione di un clima di tensione che potrebbe danneggiare l’azienda”. Siamo nel novembre del 2001. E a dicembre Sandro Bartoccioni scopre di avere un tumore. Il 9 luglio 2004 il Tribunale di Perugia scagiona il cardiochirurgo tifernate dall’accusa di truffa aggravata. Il non aver timbrato il cartellino non può considerarsi un furto, visto che il contratto prevede il pagamento in base agli obiettivi raggiunti e non alle ore effettuate.
Dopo il silenzio scese su quella storia.
A parte la testimonianza accorata di un suo vecchio compagno della casa dello studente, che la dice lunga su questa triste e brutta vicenda.
“Noi, medici – dice Marcello Paci – ci sentimmo dalla parte del collega in difficoltà, chi per conoscenza e amicizia, chi per appartenenza di casta, chi per avversione nei confronti dei managers che governano le Asl, e dei politici che li nominano. Ma siamo stati zitti e non abbiamo risposto, se non privatamente e in numero sparuto alla richiesta di solidarietà che Bartoccioni ci gridava. Senza conoscere in dettaglio il contenzioso, appariva che Bartoccioni non aveva commesso fatti clamorosi, e che certamente aveva svolto bene il suo lavoro di chirurgo. Ha combattuto da solo come un leone, ma non poteva vincere contro un direttore generale, tosto del suo e ed espressione, secondo molti, dei poteri forti della regione: Perugia, Politica, Università. Dunque lo hanno licenziato e per un cardiochirurgo questo significa la fine della carriera. Non ci si ricicla con quella specializzazione che si esercita solo nei grandi ospedali e nessuno di questi ti prenderà più dopo un licenziamento. Con che ansia, improvvise speranze, brutti presentimenti, avrà vissuto quella storia fino alla sua conclusione. Quante sigarette fumate, quante notti insonni… Poi la condanna, il silenzio, la voglia di star da solo in casa, di non vedere più nessuno. Quelle giornate tutte uguali, quelle lunghe ore prima della notte, e la speranza di un po’ di sonno per non pensare. Quando gira così, non solo l’anima e la mente, anche il corpo si abbatte, è meno pronto ed attento a combattere la sua quotidiana e silenziosa battaglia contro i virus, i batteri, gli agenti esterni, i geni, che ci minacciano. E Sandro giorno dopo giorno è stato sempre peggio e alla fine si è ammalato di tumore. Operazioni, chemioterapie, ma non c’è stato niente da fare”.


(Articolo pubblicato su Umbria Settegiorni di giugno 2019)