Attraverso i flussi migratori arrivano i terroristi dell’Isis

La Cassazione invita a tenere alta la guardia, mentre dalla Prefettura sono partiti numerosi controlli sulle strutture di accoglienza

Di Francesco Castellini – Terroristi e fanatici integralisti dell’Isis si muovono nel mondo dello spaccio e della clandestinità a Perugia e in altre città dell’Umbria, come testimoniano le varie indagini ed espulsioni degli ultimi mesi.

Ma occorre stare molto attenti nel tracciare un identikit del terrorista islamico locale.

Un invito alla cautela viene dalla Cassazione, che per poter esprimere un giudizio sulla persona raccomanda di non accontentarsi dei filmati trovati nei cellulari, o dei messaggi pubblicati nei social network, utilizzati senza troppi scrupoli per fare pura “apologia” dello Stato Islamico.

Insomma i giudici del riesame mettono in guardia sul fatto che pur esistendo un terrorismo islamico “locale”, comunque grave e pericoloso, “non bisogna commettere l’errore di considerare partecipi all’associazione internazionale Isis anche coloro che con lo Stato Islamico non hanno nessun contatto e i cui rapporti con questo sono limitati alla mera condivisione mediante social-network”.

“La partecipazione all’associazione internazionale – prosegue il verdetto 14503 che detta le regole per inquadrare i jihadisti global e local – non può prescindere dalla esistenza di un contatto reale, non putativo, non eventuale, non meramente interiore, con chi è a quella associazione stabilmente legato perché partecipe della cellula madre”.

Insomma, essere solo dei fanatici del Corano, inneggiare al martirio, postare video del Califfato, avere propositi di viaggi in Siria, ovviamente non basta per sostenere questo tipo di accusa. Mentre, molto seriamente – secondo gli ermellini – vanno valutati eventuali periodi passati in carcere a contatto con terroristi radicalizzati dei quali si millanta la conoscenza.

Per questo motivo, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della Procura di Perugia contro la decisione del tribunale del riesame che il 30 maggio del 2017 aveva applicato la custodia in carcere per droga a un indagato marocchino, Messaoudi El Mdstapha, negando l’arresto per terrorismo internazionale, senza approfondire la possibilità che l’uomo si fosse radicalizzato in Marocco. Qui, infatti, era stato recluso con Khalid El Omar, sospettato di appartenere a una formazione affiliata all’Isis sgominata dalla polizia l’11 dicembre 2015.

Riassume la Cassazione: «Dalla breve frequentazione detentiva in Marocco dell’indagato con Khalid Er Omar, non sarebbe possibile desumere l’avvenuta adesione all’Isis».

Per gli ermellini occorre approfondire se veramente il contatto ci sia stato, in tal caso assumerebbero connotato più serio, e non sarebbero più solo “mere aspirazioni personali”, le intercettazioni nelle quali Messaoudi inneggiava alla Jihad.

Ma se manca la dimensione internazionale dal contatto diretto, sono contestabili, a secondo delle gravità dei fatti, tutta una serie di reati che vanno dall’apologia al terrorismo, con finalità “per così dire locale”.

Ma a fronte di certe puntualizzazioni, va da sé che la guardia contro il terrorismo va tenuta sempre molto alta.

Prima di tutto è bene tenere gli occhi puntati sul fenomeno dei flussi migratori, perché è soprattutto da lì che si introducono nel nostro paese individui pericolosi. Dunque ben vengano i controlli nei centri di Foligno e Fratta Todina, così come quelli di Perugia e Assisi, dove la prefettura di Perugia ha disposto una seconda ondata di verifiche sulle strutture di accoglienza straordinaria dei migranti.

Nel mirino i capitolati dei contratti di affidamento del servizio alle associazioni temporanee di imprese, tra cui la più grande guidata dall’Arci con le Caritas a seguire.

Una prima mandata di controlli è stata completata entro il 31 dicembre 2017. I controlli di questi giorni sono finalizzati a verificarne l’ottemperanza.

Il maxibando per un massimo di 3.900 profughi come soglia massima da ospitare da qui alla fine dell’anno, è del luglio 2017. Va detto che oggi, col calo degli sbarchi, i profughi ospitati sono circa la metà.

Stiamo parlando sempre di un affare complessivo di 70.256.340 euro (47.179.440 euro per la provincia di Perugia e 23.076.900 euro per quella di Terni) in meno di due anni. Anche se va sottolineato che la cifra è comunque indicativa e dunque sarà rideterminata in base ai servizi effettivamente offerti alla fine dell’anno.

Su Perugia l’associazione temporanea di scopo capitanata da Arci si è aggiudicata 2.312 posti su tremila complessivi. Dentro ci sono la coop Perusia, Il Cerchio di Spoleto, Famiglia nuova e Cidis. Il resto è in mano alle Caritas e altre associazioni.

Nello specifico: l’Aurora di Città di Castello (170 posti assegnati), Caritas di Perugia (90), Orchidea di Sansepolcro (80), Caritas di Assisi (71), l’Arca di Foligno (58), Ave di Città di Castello, l’aretina Agorà (31), il Centro internazionale per la pace di Assisi (12 posti) e la diocesi di Orvieto Todi per 10 posti.

Anche per loro sono scattati i blitz dei funzionari prefettizi.

Le verifiche sono a tutto tondo e riguardano i servizi di gestione amministrativa, quelli di assistenza sanitaria, di pulizia e igiene ambientale, erogazione pasti, fornitura di beni e trasporto.

Non ultima l’“assistenza generica alla persona e servizi per l’integrazione”.

Oltre a pasti e abiti vengono accertati anche i pocket money. Sotto la lente i numeri degli ospiti delle strutture.

“Il servizio – recita il bando – deve essere eseguito in strutture preferibilmente con una capienza massima di 40 persone ciascuna”. E sotto i comuni con 5mila abitanti, il tetto massimo è di 20 persone a struttura.

Comunque i posti devono essere distribuiti in maniera “tendenzialmente proporzionale alla popolazione residente”. La prefettura può richiedere l’utilizzo di “ulteriori, diverse strutture reperite dallo stesso operatore ma in comuni diversi”, per rispettare la clausola di salvaguardia che fissa limiti dei centri di accoglienza per i comuni che hanno incrementato i posti Sprar.

E sempre a proposito di immigrazione, da Terni arriva una notizia inquietante. Qui, l’azienda ospedaliera locale ha attivato da alcuni anni un protocollo ribattezzato “Asilo”, cosi da avere un monitoraggio quotidiano e intervenire tempestivamente in caso di divulgazione pubblica di certe patologie infettive come tubercolosi, Hiv, epatiti virali e malaria. Ebbene, la professoressa Daniela Francisci, che oltre a guidare la clinica specializzata proprio nel trattamento delle malattie infettive, è un’autorità a livello nazionale, lancia l’allarme attraverso le colonne del “Corriere dell’Umbria”. Dal quotidiano si viene a sapere che lo screening eseguito dall’inizio di questo anno ha messo sotto sorveglianza una ventina di migranti richiedenti asilo e protezione internazionale e quello che emerge dai dati sembra confermare il trend degli ultimi anni. Le percentuali da infezione da Hiv si attestano al 3%, quella da epatite cronica Hbv al 4%, la positività al test Mantoux tra il 30 e il 40%. Sono dati allarmanti, che riflettono la prevalenza del Paese di origine e sono in linea con i dati nazionali, ma fanno capire quanto sia importante per tutta la comunità una sorveglianza attiva e stringente. Perché non sono solo le malattie infettive a destare preoccupazione, quanto il fatto che in Umbria è tornato lo spettro della malaria. Solo negli ospedali di Perugia e Terni, negli ultimi tre anni, sono stati riscontrati 38 episodi, 33 in soggetti adulti e 5 pediatrici, di cui 33 causati da Plasmodium falciparum, la forma più diffusa e grave.

Si tratta di un altro campanello d’allarme da collegare ancora una volta al fenomeno dei flussi migratori. E anche qui c’è da auspicare che tutto venga tenuto sotto controllo e che la cosa resti circoscritta.