Altro che competitività, in questa terra non c’è futuro

Del tutto carenti i principali indicatori come credito, infrastrutture e mercato del lavoro

di Alberto Laganà – Gli ultimi dati sulla competitività mondiale resi noti lo scorso mese vedono l’Italia arrancare a distanza siderale dai battistrada Svizzera, seguita da Stati Uniti, Singapore, Olanda, Germania. C’è stato il miglioramento di una posizione, ma nonostante questo siamo anche dietro a pesi del terzo mondo!

L’Umbria, se venisse stilata una graduatoria per regioni, sarebbe nelle retrovie se non proprio ultima della fila. Sì perchè gli indicatori che formano l’indice di competitività si basano soprattutto sulle infrastrutture, il sistema finanziario che eroga il credito ed il mercato del lavoro.

Per quanto riguarda il primo indicatore, le infrastrutture, scontiamo tante scelte sbagliate dai politici del passato (ahimè ancora spesso sulla scena). L’alta velocità ferroviaria non interessa il nostro territorio e si va farneticando di raggiungerla a 100 chilometri da noi invece di velocizzare l’esistente. L’aeroporto si dibatte nelle difficoltà a tutti note senza un operatore nazionale degno di questo nome. Per le strade con la strozzatura del nodo di Perugia e la E 45 in agonia non resta che affidarsi alla Quadrilatero che ha ultimato completamente solo la Foligno-Civitanova ma riguarda solo la parte orientale della regione. Intanto la Ferrovia Centrale Umbra è in via di rottamazione e molti umbri sono tagliati fuori dai traffici nazionali.

Il sistema finanziario, che faceva affidamento su una serie di casse di risparmio ben radicate sul territorio e sulla Bps, è ormai in mano a grandi operatori per i quali l’Umbria è solo un fastidioso puntino sulla carta geografica.

Ma perchè è importante il grado di competitività in un mondo che cambia rapidamente e vede affacciarsi sulla scena economica nuovi attori agguerriti e ben attrezzati?

E’ stato detto in modo chiaro a Davos nel recente Forum economico: “molti posti di lavoro sono a rischio per l’automazione e la robotica, sarà vitale creare condizioni in grado di resistere a shock e sostenere il lavoro nei periodi di transizione”.

Se andiamo ad analizzare su cosa si regge la nostra economia regionale ci accorgeremo che resiste il settore della meccanica, una piccola fetta di terziario alimentato dal turismo, un po’ di agricoltura e tanto ma tanto assistenzialismo sotto varie forme.

Il lavoro tradizionale già quasi non esiste più, l’ecommerce sta facendo chiudere sia i piccoli esercizi commerciali ma anche i grandi centri (negli Stati Uniti ha chiuso i battenti un terzo degli ipermercati e lo stesso accade in altre parti del mondo), Poi sono in una fase di studio avanzato mezzi automatici di trasporto sia delle merci che delle persone e le metropolitane di alcuni paesi asiatici sono state le prime a viaggiare senza conducente.

La fabbrica robotizzata esiste da decenni: si è iniziato con le linee di montaggio delle auto ed ora si è arrivati ai mobili (l’Ikea sforna decine di milioni tavoli senza un solo operaio) ma probabilmente verrà prima o poi raggiunto anche il settore sanitario ed allora c’è da chiedersi quali sono le politiche economiche e del lavoro elaborate da sindacati e politici nostrani? Nessuna. Non c’è dibattito, nè condivisione, non c’è un filo conduttore, si vive alla giornata. Ma la giornata sta per finire e poi arriva la notte con decine di migliaia di famiglie umbre che non hanno nessuna certezza per il loro futuro.